Archivi del mese: aprile 2010

Genesi e struttura del Popolo della Libertà

Il Popolo della Libertà nasce ufficialmente con il Congresso costitutivo del 27 marzo 2009[1] attraverso la fusione di: Forza Italia (compresi Circoli della Libertà, Circoli del Buongoverno, Decidere!) e Alleanza Nazionale in primis, più Nuovo Psi, Popolari liberali, Azione sociale, Destra libertaria, Cristiano popolari, Riformatori liberali e Italiani nel Mondo. Aderiscono successivamente: Per la Liguria e Movimento per l’Italia. Ne sono fondatori e/o sostenitori, ma mantengono la loro autonomia: Democrazia Cristiana per le Autonomie, Partito Pensionati e Partito Repubblicano Italiano.

Si tratta di un numero notevole di partiti e movimenti che si uniscono grazie alla ‘visione’, o meglio grazie alla ‘lucida follia’ di un leader[2] che il 18 novembre 2007, nell’exploit della rivoluzione del predellino, annuncia la formazione del nuovo partito e lo realizza nel corso di due anni.

Lo Statuto approvato il 29 marzo 2009 è cucito sulla forte personalità del suo fondatore. Descrive infatti una struttura gerarchica e verticale, incentrata sulla figura del Presidente, il quale viene eletto dal Congresso anche per alzata di mano (art.15 dello Statuto), e dispone di pieni poteri[3]. Il leader, oltre alla definizione delle linee politiche e programmatiche, guida l’Ufficio di presidenza – vera e propria cabina di regia del Pdl – e convoca la Direzione e il Consiglio nazionale.

Dell’Ufficio di presidenza fanno parte i capigruppo e i vicecapigruppo di Camera e Senato, un europarlamentare e 23 membri eletti dal congresso su proposta del presidente, il quale all’interno di questo gruppo individua i tre coordinatori nazionali, ad oggi Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini. A loro è affidata l’organizzazione nazionale e periferica, oltre all’attività della struttura centrale e di quelle territoriali. Spetta ai tre coordinatori dare attuazione alle deliberazioni del presidente del partito e dell’Ufficio di presidenza ai quali sottopongono anche le nomine degli organi dirigenti e le candidature. Tra gli altri compiti, sono previsti “in via esclusiva” il potere di presentare liste e candidature a livello nazionale e locale.

La Direzione nazionale è composta da 120 membri eletti dal congresso e ne fanno parte, di diritto, coloro che siedono nell’Ufficio di presidenza. Tra i membri della Direzione e del Consiglio sono poi nominati dal Presidente su proposta del comitato di coordinamento i responsabili di settore (Organizzazione, Enti locali, Settore Elettorale, Adesioni, Pari Opportunità, Internet e nuove tecnologie, Comunicazione, Formazione, Iniziative movimentiste, Italiani nel mondo, Difensori del voto e rappresentanti di lista, Portavoce, Responsabile giovani (scelto autonomamente secondo le modalità regolamentari dell’Organizzazione giovanile di cui all’art. 49). Il Comitato di coordinamento costituisce, inoltre, 14 Consulte che riprendono le aree tematiche delle 14 Commissioni permanenti della Camera dei Deputati.

Per quanto riguarda la struttura di base vengono riconosciute due tipologie di iscritti (elemento di rottura con gli schemi del passato): gli “aderenti”[4], ossia gli aventi solo il diritto di elettorato attivo (possono quindi votare per i delegati congressuali nell’ambito del Comune e della Provincia di residenza, e partecipare alle consultazioni e alle iniziative di democrazia diretta del partito) e gli “associati”, ovvero “i cittadini e le cittadine italiane, anche già aderenti” che, oltre a partecipare a tutte le attività del partito, esercitano anche il diritto di elettorato passivo e possono essere designati o nominati a cariche interne.

Lo Statuto del Pdl non è federale, solo le organizzazioni locali e periferiche rette da un organo elettivo hanno autonomia amministrativa e negoziale[5]. Quindi non vi è nessuna autonomia politica, né statuti regionali.

La leadership carismatica e coagulante del leader Silvio Berlusconi ha permesso, fino ad ora, l’attuazione della fusione tra Fi e An senza ostacoli e senza particolari intoppi. La struttura verticale del partito ha permesso fasi di trasformazione organizzativa più lineari e condivise, niente a che vedere con le forti spinte correntizie e policentriche del Partito Democratico[6].

Restano, però, alcune contraddizioni latenti dal punto di vista delle differenze di cultura politica e organizzativa, a cui si richiamano le due anime costituenti del Pdl, quella forzista e quella di An. È necessario sottolineare che l’organizzazione pidiellina rispecchia quasi totalmente quella verticistica e patrimonialista[7] di Forza Italia. Nel partito berlusconiano, infatti, la maggior parte degli organi collegiali era cooptata dal presidente, il quale era incoronato dall’assemblea e nominava i suoi fedeli in tutti gli organi, anche in quelli locali (i coordinatori regionali non erano eletti, bensì indicati dal presidente). Prevale, quindi, il modello organizzativo forzista su quello di An, che era sì verticale, ma non connotato da una così forte centralità del leader.

Un vero e proprio monopolio che mette fuori gioco l’anima finiana del Pdl, la quale – pur se corrosa dalla fascinazione berlusconiana[8] – si costituisce in corrente di minoranza un anno dopo la costituzione del partito. Una strategia di decentramento del potere che implicherebbe di fatto una metamorfosi organizzativa rispetto al partito – come appare ora – monocefalo e centralizzato.

E se le strategie non sono sostenute dai numeri? E se Fini ha fatto i conti senza l’oste?

I toni forti della Direzione Nazionale del Pdl e le 11 voci fuori dal coro, non lasciano intravedere nessun cambiamento, nessuna evoluzione organizzativa.

Le voci fuori dal coro vengono schiacciate. Le metastasi eliminate.
La fisiologia dell’organismo verticistico ha un buon apparato immunitario, per ora.

Marina Ripoli


[1] I delegati al congresso nazionale Pdl erano 6.000 (1.800 di An, 700 dei partiti più piccoli e 3.500 di FI).

[2] Fini G., Tutto merito della lucida follia di Berlusconi, su «Libero» del 29/3/2009.

[3] Il Presidente nazionale del Popolo della Libertà nomina tre coordinatori e ventotto componenti dell’Ufficio di Presidenza, i Coordinatori regionali e i Vice coordinatori regionali vicari ha l’ultima parola su tutte le candidature a tutti i livelli (art.25).  Le candidature alle elezioni nazionali, europee e a Presidente di Regione sono stabilite dal Presidente nazionale d’intesa con l’Ufficio di Presidenza, e formalizzate dai Coordinatori. Indirettamente, invece, perché nominate dal comitato di coordinamento, sono stabilite le candidature a Presidente di Provincia, a Sindaco di Grande Città o di Comune capoluogo, a Sindaco di Comune, a Presidente di Circoscrizione.

[4] Gli aderenti al Pdl devono sottoscrivere la carta dei valori e aver compiuto almeno 16 anni.

[5] Compravendita di beni immobili, di titoli, costituzione di società; acquisto di partecipazioni in società già esistenti; concessioni di prestiti; contratti di mutuo; rimesse di denaro all’estero; apertura di conti correnti all’estero o in valuta; acquisto di valuta.

[6] Anche nel Popolo della Libertà sono presenti correnti, pur se non riconosciute ufficialmente. Le diverse aree interne si rappresentano infatti attraverso fondazioni, come ad esempio Farefuturo della corrente dei Finiani, o FreeFoundation dei Post-socialisti.

[7] Il leader è anche il proprietario del partito.

[8] I leader ex An come La Russa, Alemanno, Gasparri e Meloni, hanno firmato un documento contro Fini nel quale si conferma lealtà al Pdl e a Silvio Berlusconi.

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L’insofferenza finiana

L’attuale contrapposizione tra Fini e Berlusconi ha origini antiche che affondano le loro radici in un contrasto di tipo valoriale e caratteriale. Dunque, non solo un braccio di ferro per giocarsi una posizione di maggior potere all’interno del Pdl, ma anche un’“antipatia” di fondo, mascherata in questi anni per portare avanti un progetto politico comune.

Fini, in vero, salta sulla diligenza Berlusconi – la cosiddetta carrozza del vincitore – per portare a termine la trasformazione dell’MSI da partito anti-sistema, erede del fascismo, ad An partito di governo: un percorso tutto in salita già intrapreso con il sostegno a Cossiga nel ‘91 e con le strategie elettorali di quegli anni per aumentare notorietà e visibilità dei missini. Non mancarono negli anni successivi strategie di dissenso nei confronti di Berlusconi, ma i risultati negativi di tali scelte lo portarono a stringere sempre di più l’alleanza con Forza Italia, fino a presentarsi alle elezioni politiche del 2008 sotto il simbolo del Pdl.

Il seguace di Almirante e Romualdi ha approfittato di questo percorso per modificare anche la sua immagine (da missino a politico liberaldemocratico e uomo delle istituzioni) e non ha mai trascurato la sua comunicazione affinché ci fosse sempre un distinguo tra la sua figura e quella di Berlusconi. Non si tratta solo di una tattica per mantenere all’interno del Pdl i voti di chi mal sopporta il premier, ma anche di una vera e propria esigenza personale di differenziazione necessaria. A questo è servita anche l’attività di Fare futuro, ma sono state strategiche soprattutto le continue dichiarazioni fuori dal coro pidiellino, fatte approfittando della sua carica istituzionale.

Ne sono un esempio le posizioni più morbide del Presidente della Camera sulla questione degli immigrati o le posizioni sui temi bioetici e sui diritti civili, le frizioni con il Carroccio, l’insofferenza verso un federalismo esclusionista nei confronti del Mezzogiorno, la difesa della Costituzione. Per non parlare della registrazione in cui Fini, conversando ad un convegno con il magistrato Trifuoggi, accusa il premier di confondere la leadership con la monarchia assoluta ed il consenso popolare con l’immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità (dicembre 2009).

E non finisce qui. Nel marzo 2010, come non ricordare l’affondo di Fini sul Pdl: “Avendo io contribuito a fondare il Pdl, ci sono molto affezionato. Noi di An non eravamo alla canna del gas, il partito aveva percentuali a due cifre, ma ci siamo presi la responsabilità di dare vita ad un nuovo soggetto politico perché credevamo nel bipolarismo, nell’alternanza e nell’europeismo. Ma se mi chiedi se il Pdl mi piace così come è adesso, la risposta credo l’abbiano capita tutti, non c’è bisogno di ripeterla”.

Ora il contrasto è sulle riforme costituzionali. Il Presidente della Camera si oppone alla proposta del premier che vuole un semipresidenzialismo senza doppio turno. Come al solito i suoi spunti di discussione sono minimizzati e non diventano oggetto di dibattito all’interno del partito. Di resistere così Gianfranco Fini non ne può più! Il 15 aprile 2010 tutte le dichiarazioni di questi mesi, e di questi anni, prendono corpo in una vera e propria frattura arrivando a minacciare se non una scissione, almeno la creazione di gruppi parlamentari autonomi.

Oggi Fini, non avendo i numeri necessari per uscirne, vuole restare nel Pdl e vorrebbe battersi per creare una democrazia interna al partito, uno spazio di discussione e di negoziazione sulle linee politiche e programmatiche. Si presenta alla Direzione Nazionale del 22 aprile con l’idea di creare una corrente di minoranza. In pratica vorrebbe più spazio nel suo partito e cambiare la natura stessa del Pdl. Gli faremmo subito gli auguri se non vedessimo davanti a lui una strada ardua, costellata dagli ostacoli che il premier gli ha abilmente tessuto intorno, un cammino aspro, da percorrere solo (al massimo in compagnia di 11 “pellegrini”), un avvenire difficile tanto da dubitare anche su una futura coabitazione tra i due leader!

Ma la sconfitta di oggi potrebbe essere una vittoria domani. Il berlusconismo, oggi, ha lasciato la politica alla Lega e si bea tra sondaggi di gradimento e palcoscenici mediatici. Un partito senza un progetto per il Paese – se non solo quello personalistico del suo presidente – non ha futuro; e Fini che ha preso le distanze dal premier oggi, punta in alto domani perché conta su un progetto e pensa al futuro!

Marina Ripoli

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La politica non è una partita di calcio

In questi giorni ho letto con molta attenzione l’analisi di Angelo Ventrone, “Perché abbiamo bisogno di un Nemico?” pubblicata dalla “Rivista di Politica”.

Questa lettura mi ha convinto ancora di più a riflettere proprio su questa tematica che ritengo molto interessante.

Le domande che mi sono posto sono molte, ma cerco di andare in ordine.

Nel nostro Paese esiste una consolidata realtà: l’idea di sviluppare campagne elettorali costituite (quasi) totalmente sulla paura e sulla demonizzazione dell’avversario politico. Questa è una caratteristica sia dei partiti di centro-sinistra, con l’antiberlusconismo, sia di quelli di centro-destra in cui si cerca di sottolineare gli storici errori del comunismo e così facendo si tenta di dimostrare quali effetti dannosi comporterebbe un ritorno a quell’idea politica; oltre a questi due esempi esiste poi quello della Lega Nord che nella sua lunga storia ha sempre puntato molto sulla paura e sul fatto di demonizzare i suoi veri o presunti nemici (meridiani, “Roma ladrona”, extracomunitari, rom, ecc.). Davanti a una situazione del genere, che come afferma Ventrone, “(…) è durata più a lungo che nelle altre democrazie occidentali”, bisogna, secondo il mio modesto parere, capire innanzitutto dove ci ha portato agire in questo modo e soprattutto quindi quali sono state le conseguenze per il Paese. Il risultato più visibile è un’Italia molto frammentata che cerca di “estremizzare” la propria posizione già molto marcata rispetto al confronto bipartisan soprattutto su tematiche di un interesse comune. In una situazione così radicata diventa difficile sia elaborare buone e utilissime nuove politiche sia soprattutto sviluppare ottime strategie di comunicazione politica. Gli amanti di questa professione si trovano quindi molto più in difficoltà rispetto ai loro colleghi stranieri, soprattutto inglesi e statunitensi, in quanto è sempre più arduo cercare di concentrarsi in modo efficace su tematiche urgenti ed indispensabili per i cittadini, perché, come detto, la radicalizzazione si è portata all’eccesso. Il tentativo che bisognerebbe fare è vivere la vita politica non come una partita di calcio, in cui esiste il sano sfottò tra le tifoserie (ovviamente sempre all’interno delle regole e della civiltà), e l’amore estremo per la propria squadra, ma pensando a quello che è più utile per il Paese anche se una determinata proposta viene sviluppata dalla parte politica a noi avversa, senza invece bocciarla a priori.

La speranza è che anche nel nostro Paese si possa crescere sotto questo punto di vista e iniziare a confrontarsi nel merito delle questioni concrete rispetto a ideologie diventate davvero troppo vecchie!

Luca Checola

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L’opposizione “fatta in casa”

Dopo l’incontro di ieri (15/04/2010) tra Berlusconi e Fini tutto potrebbe riaprirsi. Giusto una settimana fa avevamo affermato senza paura di essere smentiti della solida alleanza tra Bossi e Berlusconi soprattutto dopo il voto delle regionali. E invece, ora qualcosa potrebbe cambiare (?) E’ davvero molto difficile riuscire a capire la reale forza di Gianfranco Fini, in quanto sembra davvero improbabile che possa contare su circa 50 deputati e 20 senatori come affermato da fonti vicine al Presidente della Camera… ma se ciò fosse vero cosa potrebbe accadere? Innanzitutto penso sia importante capire le motivazioni che stanno spingendo Fini a comportarsi in modo così “ostile” con i suoi alleati e, solo in un secondo momento analizzare le possibili conseguenze.

Per i motivi, se si cerca di leggere tra le righe le varie affermazioni di Fini di questi ultimi mesi, la sua maggiore paura è quella di “essere messo da parte”, e soprattutto quindi contare sempre meno all’interno del Popolo della Libertà. Inoltre bisogna ricordare che proprio Fini accettò a fatica la nascita del Popolo della Libertà fatta, a detta proprio dell’ex segretario di AN, senza nemmeno una discussione interna. Inoltre se andiamo ancora più indietro nel tempo gli “scontri” tra i due leader risalgono già nei primi anni del 2000, quando al governo c’era sempre Berlusconi e alcuni comportamenti soprattutto all’estero del premier suscitavano davvero grandi malumori!

Oltre a questo, probabilmente Fini ha davvero capito che era arrivato il tempo di “uscire dal guscio” e cercare una scossa per fermare la fortissima alleanza tra Berlusconi e Bossi.

Ora, analizzate le motivazioni di Fini, bisogna capire cosa ha in mente. Far cadere il governo e andare a nuove elezioni, come affermato da Schifani? Ma ad oggi quanto vale a livello numerico Gianfranco Fini? E ancora con chi potrebbe allearsi se davvero si andasse ad elezioni anticipate? E quella che in realtà dovrebbe essere la vera opposizione, che ruolo avrebbe? È normale che il Partito Democratico stia a guardare senza entrare troppo nelle discussioni del vicino, però cercare di “approfittare” da questa situazione non sarebbe proprio così un reato, anche perché del resto stiamo parlando sempre di politica.

Detto tutto questo, però, penso che succederà davvero molto poco, proprio perché non credo che Fini abbia una reale forza da mettere in difficoltà Berlusconi e Bossi! Probabilmente a Fini potranno concedere qualcosa, magari in vista di quelle che si spera siano le riforme che ad oggi sono solo parole. Ma anche se fosse così almeno Fini ci sta provando… e magari poi sentiremo Berlusconi affermare: “Ne ho battuto un altro!”

Luca Checola

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Media politica: dal silenzio dei talk all’abbandono del web

Avevate sentito la mancanza dei nostri talk show politici? Ebbene, dopo le elezioni regionali sono ritornati più forti di prima. Annozero torna con ben 5 milioni 159 mila spettatori (21,88%), Ballarò con il caso Visco-Speciale raccoglie 3 milioni 840 mila spettatori (16,55%).

Le “trasmissioni pollaio”, oramai nuovi arbitri della comunicazione politica, sono state infatti interrotte per ben 4 settimane. Un mese di silenzio per i programmi televisivi di approfondimento legato al varo del regolamento sulla par condicio da parte della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Insomma, niente Porta a Porta, niente Ballarò, niente Annozero, messi in quarantena pur di non correre il rischio di influenzare la campagna elettorale per le Regionali.

Ma la squadra di Santoro si ribella… s’inventa Raiperunanotte e raccoglie dieci milioni di contatti per il sito creato apposta per la manifestazione; più di 3 milioni e mezzo di spettatori medi in tv e ascolti televisivi intorno al 13% con uno spostamento del pubblico di Sky pari al 6%; oltre 300 mila connessioni simultanee sul web ai siti che seguivano l’evento in diretta. Neanche Mentana si arrende al silenzio televisivo e lancia una rubrica sul sito del Corriere, Mentana Condicio. Niente faccia a faccia in Tv? Bene… perché non sul web?

Santoro analizza il significato della sua manifestazione a Bologna e afferma: «Il pubblico esiste e continua a esistere anche quando un programma viene spento. Ieri gli abbonati si sono costituiti in soggetti che vogliono scegliere cosa vedere». Soggetti elettori lontani dalle sezioni, dai circoli di partito, che leggono poco i giornali e desiderano informarsi attraverso i media. D’altronde, già nel lontano 1901, Gabriel Tarde parlava della trasformazione delle folle – intese come soggetti politici – in pubblici[1]. Il sociologo e filosofo francese affermava ciò osservando le trasformazioni verificatesi con l’avvento dei mezzi di comunicazione.  Anticipava, quindi, molti dei saggi e degli studi sulla comunicazione mediata e, quindi, sulla comunicazione politica degli anni successivi.

La scelta di porre un veto sull’informazione libera televisiva durante queste ultime elezioni, ha palesato ancor di più l’importanza che hanno i media oggi, la loro centralità nell’arena politica come sede di svolgimento di molti fatti della vita pubblica e internazionale, come percorso privilegiato per ottenere visibilità pubblica e notorietà; ma anche come fonte di definizione e di diffusione dei significati della realtà sociale e quindi come strumento di influenza e di innovazione nella società. Ciò di cui non si è tenuto conto è che anche il web e i new media in generale rivestono un ruolo centrale crescente nella comunicazione politica. Tale funzione è stata poi ulteriormente potenziata con il regolamento sulla par condicio di queste elezioni, creando difatti uno spazio non regolamentato… libero, ma che lascia fuori dall’informazione i target meno avvezzi all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Così, piazze televisive, piazze sul web… sono in effetti i nuovi luoghi della politica; le percentuali di ascolti, di contatti, i linguaggi dei social network e dei blog… sono le nuove frontiere della comunicazione politica. Anche Berlusconi, che ha sempre presidiato il regno televisivo, sbarca su Facebook riconoscendone di fatto forza e potenzialità.

Certamente in Italia siamo lontani dal dibattito digitale del Regno Unito, Democracy UK on Facebook. La maggior parte dei politici italiani utilizzano i social network come mezzo di propaganda e lo dimostra il tasso di abbandono registrato su Facebook e Twitter. Molti politici, infatti, hanno finto un interesse per questi nuovi mezzi di comunicazione, accostandosi ad essi con approcci top-down, ovvero utilizzandoli solo per informare i propri “followers” e non per relazionarsi con loro, per ottenere dei feedback utili alla definizione delle proprie politiche. Il web e i social network sono strumenti orizzontali e non espressione di una visione gerarchica, dove i cittadini/utenti assistono passivi ai twitts propagandistici dei politici di riferimento. Lo ha capito Vendola, ma anche Enrico Rossi con le pagine d’ascolto Le fabbriche di Nichi” e “la Toscana che voglio”[2]… non lo ha capito per niente Cota che ha lasciato – senza alcuna moderazione – la sua pagina facebook in preda a orde di commenti scaturiti dalla sua dichiarazione sulla pillola abortiva… ma gli esempi negativi sono numerosi. Sono pochi, invece, gli esempi di chi ha continuato ad avere un rapporto con i sostenitori del web. È il caso di Vincenzo De Luca che, dopo la sconfitta, dimostra – con la comunicazione –di voler continuare il suo impegno anche dopo le elezioni. Pubblica foto, messaggi ad hoc per ogni provincia, chiede aiuto al popolo del web per continuare ad accrescere la rete che li unisce e per avere maggior sostegno nelle battaglie che li attenderanno.  

Naturalmente non è il politico che scrive direttamente sul suo “wall”. A gestire web e social network ci dovrebbero essere persone incaricate che si occupano della comunicazione e della moderazione seguendo linee guida ben congeniate. Ci dovrebbero essere staff e strategie di comunicazione adeguate ex ante, in itinere ed ex post. Tutto questo è ancora raro e al silenzio dei talk show televisivi durante le elezioni si è aggiunto quello dei politici sul web dopo il voto.

Marina Ripoli


[1] Gabriel Tarde enunciava tale teoria nel suo libro L’opinion et la foule (1901).
[2] Per approfondire leggi l’intervista di Spinning News allo spin doctor di Enrico Rossi.

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Bipartitismo o sindrome dell’ostaggio?

Che fine ha fatto il progetto di superamento del confuso bipolarismo coalizionale italiano? Dopo il tempo dell’iper-frammentazione partitica e dopo l’‘impero’ delle grandi coalizioni elettorali, sembrava essere giunto “il tempo delle fusioni”.

In questi anni i maggiori partiti del sistema italiano, hanno puntato infatti ad un’autoriforma che si è ispirata al bipartitismo delle democrazie europee, con lo scopo di portare a compimento il processo di razionalizzazione dell’offerta politica in atto da oltre quindici anni (in sostanza, la storia della seconda Repubblica). Il risultato si è manifestato nella nascita di due ‘nuovi’ soggetti politici: il Partito Democratico (ottobre 2007) e il Popolo delle Libertà (marzo 2009).

Ma l’Italia è un Paese adatto al bipartitismo?

A queste elezioni Pd e Pdl ottengono insieme solo il 55,7% dei consensi. Soltanto un anno fa raggiunsero circa sei punti percentuali in più e alle politiche 2008 ottennero addirittura il 71% dei voti. Anche presi singolarmente, i due partiti rappresentativi del centrodestra e del centrosinistra manifestano una riduzione della loro “quota di mercato”:

  • il Pdl passa dal 37% del 2008 al 30% del 2010;
  • il Pd si sposta dal 33% al 26%.  

Si evince, quindi, una perdita di consenso e di popolarità a vantaggio della crescita dei partiti “ago” (Italia dei Valori, Lega Nord, Unione di Centro), ai quali sono andati parte dei tre milioni di voti persi da Pdl e Pd rispetto alle regionali 2005. Basta considerare il dato che assomma le percentuali di Idv e Lega: insieme si avvicinano al 20%!

Osservando il grafico sottostante si registra tra l’altro la particolare debolezza del Pd, che solo in 4 regioni su 7 vince unicamente grazie ai propri voti, mentre il Pdl prevale anche in regioni dove ha vinto il centrosinistra grazie alle alleanze con Udc, Federazione di Sinistra e in particolare con l’Idv. Non dimentichiamo, però, che il partito di Berlusconi ha un problema ben più grave. La forte crescita della Lega fa del Popolo delle Libertà un ostaggio… Pensate alla sindrome di Stoccolma: ci sono casi in cui si sviluppa una forma di alleanza tra vittima e carnefice, la probabilità di svilupparla aumenta proporzionalmente al grado di dipendenza del sequestrato dal sequestratore: è più facile cioè che insorga in quelle circostanze nelle quali la vittima percepisce che la propria sopravvivenza è legata al proprio aguzzino!

Marina Ripoli

* Nel Lazio sono state sommate le percentuali del PDL (11,86%) con la lista Renata Polverini Presidente (26,33%).
Fonte: mie elaborazioni su dati Ministero dell’Interno

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Quali sono le conseguenze delle elezioni regionali?

Passati i giorni in cui tutti i politici si sono riempiti la bocca con le “solite” dichiarazioni da vincitori, oggi è già il tempo di capire che cosa potrà accadere dopo i risultati delle elezioni regionali.

Una (quasi) certezza è il rafforzarsi dell’asse Lega Nord-Popolo della Libertà, o meglio tra Bossi e Berlusconi (BB), a scapito soprattutto di Gianfranco Fini che aveva già pronto il nuovo soggetto politico che decretasse la reale fine di Silvio Berlusconi e il “Berlusconismo”. Questo lo si evince dagli incontri di questi giorni in cui i leader di Forza Italia – con qualche infiltrato ormai (ex) finiano, come Ignazio La Russa – e quelli della Lega, hanno tracciato la strada per i prossimi tre anni. Come è apparso inoltre dai quotidiani, a Silvio Berlusconi interessa moltissimo la riforma della giustizia, e in questo la Lega sembra avergli assicurato piena disponibilità; in cambio, ovviamente, il partito di Bossi sembra aver ottenuto la titolarità della guida delle riforme, anche se probabilmente qui potrebbero aprirsi nuovi scenari: non è infatti detto che Berlusconi si faccia completamente da parte!

Ma in tutto questo il ruolo di Gianfranco Fini qual è? E invece Casini che farà? Per quanto riguarda il leader dell’Udc, addirittura si prospetta un ritorno all’ovile, e cioè nello schieramento di centro-destra: ma quindi l’ipotesi del ritorno del grande centro è già sparita? E ancora, il centro-sinistra? La sinistra più radicale? L’alleanza per l’Italia? In questi casi la situazione sembra davvero molto più complessa, infatti il Pd checché ne dica il suo segretario Bersani esce non benissimo da queste consultazioni e le divisioni interne, come spesso accade in questi casi, sembrano ora davvero diventare enormi; oltre a questo esiste anche la gravosa questione delle alleanze; l’Italia dei Valori ha tenuto e quindi può continuare a fare la voce forte con il Pd! Per quanto riguarda la Federazione della Sinistra, sembra davvero essere entrata in un tunnel senza uscita, anche queste elezioni sono state molto deludenti e ora sembra davvero difficile una loro rinascita. Infine il nuovo movimento di Rutelli e Tabacci penso starà a vedere quel che accadrà in casa Udc, e soprattutto se accetterà o meno di tornare a far parte del centro-destra: in questo caso sembra davvero difficile che l’Alleanza per l’Italia si allei con Casini.

Queste sono solo alcune delle ipotesi ma quello che accadrà realmente lo scopriremo solo col tempo!

Luca Checola

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