L’insofferenza finiana

L’attuale contrapposizione tra Fini e Berlusconi ha origini antiche che affondano le loro radici in un contrasto di tipo valoriale e caratteriale. Dunque, non solo un braccio di ferro per giocarsi una posizione di maggior potere all’interno del Pdl, ma anche un’“antipatia” di fondo, mascherata in questi anni per portare avanti un progetto politico comune.

Fini, in vero, salta sulla diligenza Berlusconi – la cosiddetta carrozza del vincitore – per portare a termine la trasformazione dell’MSI da partito anti-sistema, erede del fascismo, ad An partito di governo: un percorso tutto in salita già intrapreso con il sostegno a Cossiga nel ‘91 e con le strategie elettorali di quegli anni per aumentare notorietà e visibilità dei missini. Non mancarono negli anni successivi strategie di dissenso nei confronti di Berlusconi, ma i risultati negativi di tali scelte lo portarono a stringere sempre di più l’alleanza con Forza Italia, fino a presentarsi alle elezioni politiche del 2008 sotto il simbolo del Pdl.

Il seguace di Almirante e Romualdi ha approfittato di questo percorso per modificare anche la sua immagine (da missino a politico liberaldemocratico e uomo delle istituzioni) e non ha mai trascurato la sua comunicazione affinché ci fosse sempre un distinguo tra la sua figura e quella di Berlusconi. Non si tratta solo di una tattica per mantenere all’interno del Pdl i voti di chi mal sopporta il premier, ma anche di una vera e propria esigenza personale di differenziazione necessaria. A questo è servita anche l’attività di Fare futuro, ma sono state strategiche soprattutto le continue dichiarazioni fuori dal coro pidiellino, fatte approfittando della sua carica istituzionale.

Ne sono un esempio le posizioni più morbide del Presidente della Camera sulla questione degli immigrati o le posizioni sui temi bioetici e sui diritti civili, le frizioni con il Carroccio, l’insofferenza verso un federalismo esclusionista nei confronti del Mezzogiorno, la difesa della Costituzione. Per non parlare della registrazione in cui Fini, conversando ad un convegno con il magistrato Trifuoggi, accusa il premier di confondere la leadership con la monarchia assoluta ed il consenso popolare con l’immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità (dicembre 2009).

E non finisce qui. Nel marzo 2010, come non ricordare l’affondo di Fini sul Pdl: “Avendo io contribuito a fondare il Pdl, ci sono molto affezionato. Noi di An non eravamo alla canna del gas, il partito aveva percentuali a due cifre, ma ci siamo presi la responsabilità di dare vita ad un nuovo soggetto politico perché credevamo nel bipolarismo, nell’alternanza e nell’europeismo. Ma se mi chiedi se il Pdl mi piace così come è adesso, la risposta credo l’abbiano capita tutti, non c’è bisogno di ripeterla”.

Ora il contrasto è sulle riforme costituzionali. Il Presidente della Camera si oppone alla proposta del premier che vuole un semipresidenzialismo senza doppio turno. Come al solito i suoi spunti di discussione sono minimizzati e non diventano oggetto di dibattito all’interno del partito. Di resistere così Gianfranco Fini non ne può più! Il 15 aprile 2010 tutte le dichiarazioni di questi mesi, e di questi anni, prendono corpo in una vera e propria frattura arrivando a minacciare se non una scissione, almeno la creazione di gruppi parlamentari autonomi.

Oggi Fini, non avendo i numeri necessari per uscirne, vuole restare nel Pdl e vorrebbe battersi per creare una democrazia interna al partito, uno spazio di discussione e di negoziazione sulle linee politiche e programmatiche. Si presenta alla Direzione Nazionale del 22 aprile con l’idea di creare una corrente di minoranza. In pratica vorrebbe più spazio nel suo partito e cambiare la natura stessa del Pdl. Gli faremmo subito gli auguri se non vedessimo davanti a lui una strada ardua, costellata dagli ostacoli che il premier gli ha abilmente tessuto intorno, un cammino aspro, da percorrere solo (al massimo in compagnia di 11 “pellegrini”), un avvenire difficile tanto da dubitare anche su una futura coabitazione tra i due leader!

Ma la sconfitta di oggi potrebbe essere una vittoria domani. Il berlusconismo, oggi, ha lasciato la politica alla Lega e si bea tra sondaggi di gradimento e palcoscenici mediatici. Un partito senza un progetto per il Paese – se non solo quello personalistico del suo presidente – non ha futuro; e Fini che ha preso le distanze dal premier oggi, punta in alto domani perché conta su un progetto e pensa al futuro!

Marina Ripoli

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