Archivi del mese: aprile 2010

L’astensionismo: il vero vincitore delle elezioni regionali 2010

In questi giorni in tantissimi si sono concentrati per capire chi ha davvero vinto e chi invece ha perso. Dai politici, tranne qualche dignitosa eccezione, sembra, ancora una volta, che tutti abbiano guadagnato voti, ma questo è matematicamente impossibile, soprattutto perché il vero vincitore di queste ultime elezioni regionali è stato l’astensionismo! I dati ufficiali infatti sono:

  • Regionali 64,19% contro 72,01% del 2005;
  • comunali 74,42% contro 77,48% del 2005;
  • provinciali 68,31% contro 73,39% del 2005.[1]

Davanti a percentuali del genere c’è davvero poco da essere felici. Ciò detto però non esclude che da qui si possa ripartire con grande slancio. È arrivata davvero l’ora che i partiti politici cambino l’idea sia di fare politica sia soprattutto del modo in cui essa si comunica. La Lega Nord (https://spinningpolitics.wordpress.com/2010/04/01/l%e2%80%99immagine-e-la-comunicazione-della-lega-nord/) sembra essere davvero l’unico partito o movimento che ha capito che oggi serve una campagna permanente e non soltanto concentrata in uno o due mesi prima delle elezioni. I cittadini, soprattutto in questo particolare periodo storico, in cui per diversi motivi le paure aumentano, hanno bisogno di essere ascoltati, capiti, “protetti” e questo lo si può fare soprattutto con un “contatto fisico” reale. Oltre a questo motivo, poi esiste probabilmente anche questo dell’affidabilità e del lavoro svolto dai politici. In Calabria, Campania e Lazio molto più che in Piemonte, può essere che alcuni errori commessi dai Presidenti di Regione uscenti abbiano pagato e in politica gli errori possono risultare determinanti. Io quindi non mi sono voluto concentrare su chi tra Pdl e Pd abbia realmente perso, oppure se e quanto la Lega Nord abbia guadagnato in termini di consensi o ancora come escono da queste consultazioni Casini e Fini. Questi sono aspetti politici molto importanti, ma credo che da un punto di vista comunicativo il dato davvero molto interessante è, come detto, quello dell’astensionismo. Il numero degli indecisi è aumentato e di conseguenza è da lì che ogni partito politico dovrebbe impostare una nuova strategia. I numeri sono così alti per poter dire che potrebbe davvero ricambiare tutta la “mappa” politica: del resto è quello che accade dal 1994!

Un altro interessante aspetto è che pochissimi partiti politici hanno capito la forza del web. Le importanti eccezioni sono sicuramente: Niki Vendola, il movimento di Grillo, Enrico Rossi, Vincenzo De Luca, Roberto Formigoni. Il corriere della sera in un articolo del 16 marzo si è occupato proprio di questo tema e in particolare di facebook. Da uno studio emerge un quadro piuttosto deludente dei politici locali che si sono limitati a sfruttare facebook come strumento di propaganda, attaccando avversari, difendendo alleati, annunciando eventi o comizi pubblici dei candidati, facendo però languire il dibattito su idee e programmi e non valorizzando le potenzialità della piattaforma di coinvolgere in modo attivo i cittadini pugliesi: “È quasi del tutto mancato – dice Carlo Formenti, docente di Teoria e tecnica dei nuovi media presso l’Università del Salento – un uso consapevole della rete come strumento di partecipazione dal basso e di confronto orizzontale fra cittadini-elettori: il mezzo, in barba alla sua vocazione di social network, è stato usato soprattutto come canale di comunicazione politica dall’alto verso il basso, come arena di uno scontro finalizzato al rafforzamento dell’appartenenza ideologica e alla polarizzazione identitaria.”

Dopo l’ennesima delusione di queste ultime elezioni, ovviamente da un punto di vista comunicativo, la speranza è che davvero anche in Italia i partiti politici capiscano che è ora di cambiare l’idea di fare politica e quella di come comunicare il messaggio. Nel nostro Paese esistono molti ottimi professionisti ma la politica deve credere in queste potenzialità così da trovare un’ottima sinergia.

Luca Checola


[1] Fonte: http://elezioni2010.interno.it/.

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Sotto la camicia verde, i muscoli!

Mette in mostra i muscoli la Lega. In Piemonte e in Veneto il movimento padano conquista le poltrone dei Palazzi della Regione. Cota sorprende la Bresso (47,32%) e Zaia sbaraglia gli avversari (60,15%).

Oltre ad aver conquistato 85 parlamentari, 4 ministri, 5 sottosegretari, 355 sindaci[1], La Lega, protagonista più “antica” della Seconda Repubblica[2], conta anche 14 presidenti di provincia e 2 governatori di Regione. Regioni fondamentali nello scacchiere del Nord dove si gioca la partita del federalismo. Scacchiere più blu che rosso, che tende ad estendersi anche al centro: fortezza rossa, ma con qualche crepa!

La Lega insidia anche Emilia Romagna, Marche, Umbria e Toscana, erodendo di fatto la supremazia del centrosinistra e affiancando in modo sempre più ingombrante il Partito del popolo delle Libertà.[3] Le percentuali di consenso ottenute in queste elezioni hanno, infatti, più che raddoppiato quelle del 2005, arrivando a superare il Pdl in Veneto con un vantaggio di +10,41 punti.

Fonte: mie elaborazioni su dati Ministero dell’Interno

“La Lega è stata premiata perché è il partito delle riforme” – spiega Umberto Bossi. “Siamo il partito del cambiamento, delle cose concrete. La gente vuole queste cose e sa che noi rispettiamo le promesse. Per questo ci votano”. La Lega è difatti l’unico partito che presidia il territorio occupandosi realmente delle persone.

È anche il partito che nasce dalla percezione degli impulsi viscerali dell’“esclusione dell’altro”.  Il partito che torna alle radici, il partito del giuramento di Pontida con i raduni dei ‘cavalieri’ in costume intorno al Carroccio.

Questa è l’altra faccia della Lega, che è anche un partito istituzionalizzato al governo del Paese, ma che non tradisce mai la sua natura e le sue mission (federalismo, sicurezza, lotta contro la clandestinità).

Anche la comunicazione e il marketing elettorale di questa campagna restano fedeli all’indole leghista. Molto efficace  quella di Zaia, che oltre ad utilizzare una media strategy composita ed orientata anche ai nuovi media, grafica e colori coerenti con il suo candidate concept (ministro dell’agricoltura poco più che quarantenne), uno slogan vincente (“Prima il Veneto”), utilizza soprattutto un linguaggio molto diretto, puntando a mettere al centro della sua comunicazione (politica) l’elettore. Da segnalare la lettera del Ministro ai suoi elettori tutta in dialetto veneto nella sezione del sito web dedicata ai Post-it di Zaia.

Ma la comunicazione della Lega non si ferma alle elezioni: è permanente! Zaia e Cota prima ancora di varcare l’ingresso dei Palazzi di Regione, si scagliano – anche se poi ritrattano – contro la pillola abortiva RU486 ottenendo due risultati: 1) conquistano nuovi voti tra l’elettorato cattolico; 2) danno la prima risposta agli ecclesiastici che tanto hanno fatto perché diventassero presidenti.

E così, mentre il capogruppo del Carroccio, Roberto Cota, viene accolto nell’Aula della Camera con un lungo applauso dai banchi del centrodestra, con i deputati della Lega che sventolano le loro pochette verdi, Re Umberto gongola… ed è il caso di dire “Chi la dura, la vince!”.

Marina Ripoli


[1] Fonte Demos & Pi.

[2] Vd. Breve storia della Lega Nord.

[3] Destinati a diventare sempre più tesi i rapporti tra Lega e Pdl, che subisce anche lo sgambetto a Brunetta alle comunali di Venezia.

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La poesia della vittoria!

Vince l’epica e la narrazione di Vendola nel Laboratorio Puglia. Vittorioso alle primarie, il poeta di Terlizzi è riconfermato alla Regione. Un politico che viene osannato per la sua leadership carismatica, risorsa scarsa nell’attuale quadro politico, soprattutto di centrosinistra.

Negli ultimi decenni, a causa della de-ideologizzazione e del diverso rapporto dei partiti con i propri membri e con le istituzioni, le leadership di partito hanno distribuito benefici alla membership di tipo soprattutto selettivo e materiale (un ‘posto’, una promozione, un contratto, una agevolazione, una onorificenza e così via), riducendo la funzione dei benefici collettivi e simbolici. Come afferma Piero Ignazi, i partiti hanno vissuto «uno spostamento del baricentro […] da agenzia prioritariamente produttrice e distributrice di simboli e di obiettivi generali ad accaparratrice e distributrice di beni e benefici selettivi […] congruente con l’allentamento dell’identificazione ideale e simbolica dovuto alla secolarizzazione della politica»[1].

Nel caso Puglia, Palese (e quindi Fitto), la Poli Bortone e buona parte del centrosinistra pugliese, sono rappresentativi di un sistema di consenso basato sulla “distribuzione di beni e benefici selettivi”. È il motivo per cui prevale Vendola che, al contrario, rappresenta uno stile di leadership non solo volta all’amministrazione, ma anche alla gestione di miti, simboli ed immagini, che rende significativa e ragionevole la sua proposta politica agli occhi degli elettori.

La vittoria di Vendola è l’emblema di una spinta al cambiamento della fisiologia dei partiti politici, un funzionamento che oramai risponde a sindromi autodistruttive e a circoli viziosi di clientelismo.

La spinta è soprattutto giovane e si muove principalmente sul web (vd. Il Cantiere dell’Alternativa). L’obiettivo? Esportare il modello delle Fabbriche di Nichi, diffondere il “metodo”, far rivivere “la poesia della politica”.

Marina Ripoli

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[1] IGNAZI P., Il puzzle dei partiti: più forti e più aperti meno attraenti e meno legittimi, «Rivista italiana di scienza politica», Anno XXXIV, n.3, dicembre 2004, p. 335.

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Galà della politicà 2010

Lecce (salento) – Quale candidato ha comunicato meglio? Chi ha realizzato la campagna elettorale più efficace? Chi ha vinto le elezioni della comunicazione?

Presso la cattedra di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università degli studi Roma Tre, è attivo un Centro di documentazione e studio della comunicazione politica, curato dal prof. Gianpiero Gamaleri e dal dott. Edoardo Novelli.

Anche per la campagna elettorale delle recenti elezioni regionali, come già per le elezioni regionali 2005 e politiche 2006, oltre alla raccolta del materiale elettorale il centro ha promosso il Galà della Politicà.

La giuria: Una giuria nazionale composta da docenti universitari nel campo della comunicazione politica e della lingua italiana delle università di Roma, Torino, Milano, Perugia, e Napoli, assieme a rappresentanti delle categorie professionali del mondo della pubblicità, quali l’Art Directors Club, ha giudicato le campagne realizzate dai principali candidati alla presidenza delle 13 regioni.

I criteri tenuti in considerazione per la votazione sono stati: l’originalità, l’efficacia e la professionalità delle campagne.

Sette le categorie in concorso: Migliore Manifesto Istituzionale, Migliore Manifesto Istituzionale, Migliore Slogan, Migliore Slogan, Migliore Campagna tematica, Migliore Spot, Migliore Spot.

Le operazioni di voto: I giurati hanno votato le migliori campagne nei giorni di domenica 28 e lunedì 29 marzo, contestualmente alle elezioni regionali, collegandosi al sito internet http://www.galadellapolitica.ilcannocchiale.it dove è stato inserito ed è consultabile tutto il materiale raccolto.

1 CATEGORIA MANIFESTO ISTITUZIONALE
Primo classificato Nichi Vendola
PugliaSecondo classificato Vincenzo De Luca – Campania

2 CATEGORIA MANIFESTO ISTITUZIONALE
Primo classificato Filippo Penati – Lombardia
Secondo classificato Renata Polverini – Lazio

3 CATEGORIA CAMPAGNA TEMATICA
Primo classificato Nichi Vendola – Puglia
Secondo classificato Claudio Burlando – Liguria

4 CATEGORIA SLOGAN
“TI PUOI FIDARE” – Primo classificato Emma Bonino – Lazio
“LA POESIA E’ NEI FATTI” – Secondo classificato Nichi Vendola – Puglia

5 CATEGORIA SLOGAN
“IL CORAGGIO DI CAMBIARE” – Primo classificato Monica Faenzi – Toscana
“ORGOGLIOSAMENTE TERRONA” – Secondo classificato Adriana Poli Bortone – Puglia

6 CATEGORIA SPOT
Primo classificato “La Puglia dal medico” Nichi Vendola – Puglia
Secondo classificato “Prima il Veneto” Luca Zaia – Veneto

7 CATEGORIA SPOT
Primo classificato “Rivoluzione meridionale” Adriana Poli Bortone – Puglia
Secondo classificato ex aequo “Io resto in Calabria” Pippo Callipo – Calabria
Secondo classificato ex aequo “Il futuro è adesso” Renata Polverini – Lazio

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L’immagine e la comunicazione della Lega Nord

I partiti, come le persone, nella loro rappresentazione esterna non possono muoversi secondo criteri astratti, ma valorizzando la propria fisionomia, le proprie qualità e i propri difetti. Analizzando quindi il rapporto tra la linea politica e l’immagine, si viene a rilevare che la comunicazione della Lega presenta tratti di marcata originalità rispetto a quella di tutti gli altri partiti; rappresenta anzi una controtendenza unica nel panorama politico italiano.  

Questa originalità e questa distinzione sono riferite innanzitutto a un dato ormai consolidato: quanto più la Lega risulta estranea ai grandi circuiti della comunicazione di massa – a cominciare dalla televisione nazionale – tanto più il consenso degli elettori cresce. Questa tendenza non è più un’eccezione riguardante questa o quella consultazione, ma un dato ripetuto, costante, ricorrente, che aiuta a cogliere la “cifra” politica di questa formazione. La parziale estraneità della Lega ai rituali televisivi si configura così in una duplice chiave. Da una parte essa subisce una certa emarginazione dai circuiti dei media dovuta all’applicazione di regolamenti e all’attuazione di prassi non favorevoli sostenute sia dagli avversari, sia dagli stessi alleati, come nel caso della posizione “ingombrante” del Popolo della Libertà che tende a schiacciarne la presenza proprio nelle regioni, come la Lombardia e comuni come Milano, in cui la Lega raccoglie notevoli consensi. Come scriveva Davide Caparini, segretario di presidenza della Commissione parlamentare di indirizzo e vigilanza dei servizi radiotelevisivi il 30 marzo 2009, “tra maggio e dicembre 2008 il Tg Regionale Rai della Lombardia ha violato il pluralismo politico discriminando la Lega Nord”. A dimostrarlo – aggiungeva – sono i dati dell’Osservatorio di Pavia, secondo i quali “ai rappresentanti del governo della Regione, cioè a Forza Italia e An è andato il 67,76 per cento del tempo complessivo, contro il 18,13 per cento del Pd e soltanto il 7,26 per cento della Lega Nord”.

Dall’altra parte sembra essere la Lega stessa a volersi distinguere attraverso una certa emarginazione dal circuito dei media, manifestando una misura di estraneità come controprova del suo radicamento territoriale e di un contatto più diretto con gli elettori, che si dimostrano ormai indifferenti o infastiditi dal “teatrino della politica” che si svolge sui grandi organi d’informazione. Questa rarefazione di presenza viene quindi ampiamente riequilibrata in termini di consenso politico dalla fitta trama di relazioni umane che il partito tesse sul territorio con una rete che si allarga gradualmente senza metodologie sofisticate, ma con quella tecnica del passaparola che vincola i cittadini a un rapporto non episodico ma più fedele e duraturo.

Questo atteggiamento della Lega, coevo alla sua origine, è stato anticipatore degli orientamenti più recenti dei professionisti stessi del messaggio pubblicitario. Essi hanno capito che le grandi campagne giornalistiche, televisive e sui nuovi media digitali non danno più risultati proporzionati ai costi. Il rimedio, allora, è tornare al passato. Come ha scritto Paolo Mastrolilli su La Stampa in una interessante corrispondenza da New York, non solo le aziende, ma anche i partiti politici degli Stati Uniti hanno riscoperto l’efficacia del passaparola.

Alcune compagnie “assumono migliaia di volontari e li mandano in giro a parlare dei prodotti con gli amici. In cambio, nella maggior parte dei casi, non offrono soldi, ma campioni gratuiti della merce prima che arrivi sul mercato. I volontari diventano “agenti segreti delle multinazionali”, e mentre sorseggiano un cocktail ad una festa accennano distrattamente al fantastico pantalone appena comprato, al nuovo programma di computer, al libro da non perdere, e magari anche alle salsicce di pollo, saporite come quelle di maiale ma più sane. Gli amici ignari ascoltano, prendono nota mentale del consiglio, e alla prima occasione comprano. I risultati di vendita sono strepitosi e i costi minimi, perché spesso i volontari non ritirano neppure i premi promessi: si accontentano di essere “trendsetters”, e la vera scarica adrenalinica gliela dà il gusto di conoscere i prodotti in anticipo e stabilire le tendenze. Poi magari scrivono anche rapporti, per raccontare le reazioni del pubblico”. Tutto ciò vale a maggior ragione in politica, dove il consenso del cittadino non si conquista con una battuta riuscita, ma spostando l’asse delle sue convinzioni. E ciò avviene soltanto attraverso un rapporto dialogico e partecipativo. Karl Rove, principale consigliere di Bush, si vantava di avere il telefono e l’indirizzo di tutti gli elettori repubblicani, ma per portarli alle urne puntava sugli amici volontari almeno quanto sugli spot televisivi. La campagna presidenziale di Obama, con il successo che ne è conseguito, è stato un mix esemplare di passaparola personale e di passaparola digitale attraverso la fitta trama di mail individualizzate indirizzate ai singoli elettori.

L’esperienza della Lega costituisce un terreno di studio estremamente pertinente e interessante. Ci si deve infatti interrogare su quali siano i canali del suo allargamento da Nord verso il Centro, in regioni come l’Emilia e Romagna, le Marche, la Toscana. Questa progressione per contiguità territoriale è la migliore riprova del “consenso gomito a gomito” che caratterizza il partito, attraverso forme di proselitismo politico che, coinvolgendo sempre più soggetti in un progetto di federalismo politico allargato, stempera anche le minacce secessionistiche che erano tipiche di una formazione più circoscritta. Resta da vedere se la “lezione di Obama” può portare anche da noi a forme di passaparola digitale che non venga ascritto surrettiziamente a tecniche di comunicazioni di massa illusoriamente “personalizzate”, ma a modelli di relazione che consentano un sufficiente grado di partecipazione attiva.

L’elementarità dei valori fondamentali che stanno alla base della proposta politica della Lega ha come conseguenza un linea riformista forte di una notevole chiarezza di impostazione. Essa si riassume nel progetto federalista a livello centrale e aumento della sicurezza e lotta alla clandestinità a livello locale.

A Milano in questi anni i più importanti esponenti locali (Matteo Salvini su tutti) hanno messo sulla loro agenda politica problemi quali: sgombero dei rom, forte opposizione contro la possibilità di costruire una Moschea a Milano, maggiori controlli in merito alla sicurezza e clandestinità, tutti problemi che nella città di Milano sono particolarmente sentiti. Anche questo percorso ha a che fare con il modello di comunicazione politica della Lega. Un programma politico che nasce a tavolino e che si esprima occasionalmente con interventi a “Porta a porta” non ha la forza di permanere, svilupparsi e vincere sull’arco di due legislature di maggioranza intervallate da un’altra di minoranza. Soltanto un radicamento forte, come quello di un robusto sostegno popolare, può alimentare la tenacia di un tale disegno politico. Di conseguenza, occorre ragionare sul modello di comunicazione politica della Lega non già in termini di propaganda di un’“ideologia” precostituita, ma in termini di formazione della linea riformista attraverso una trama molto fitta di comunicazioni e di consultazioni con una base attiva che fa da sostegno al progetto politico in tutte le sue fasi, anche e soprattutto nei passaggi più difficili, com’è certamente stata la cancellazione di anni di lavoro politico dovuta all’esito del referendum.

La tesi qui espressa della elementarità dei valori fondamentali e il fatto di essere un movimento pragmatico e non ideologico sono caratteristiche visibili anche nella realtà del partito a livello milanese. L’autorevole esponente della Lega Nord Fabrizio Cecchetti[1] da me intervistato l’8 ottobre 2009 rafforza questo pensiero affermando: “La Lega Nord ha successo grazie allo stretto rapporto che riesce a instaurare con il territorio e quindi non solo con i nostri elettori”. L’esponente leghista ha continuato affermando: “A differenza di molti altri partiti, il nostro movimento (e tengo a precisare che noi siamo un movimento e non un partito) cerca sempre di mantenere le promesse, perché l’aspetto più importante è non prendere in giro gli elettori; quindi bisogna “vivere il e nel territorio” sempre e non solo in campagna elettorale: solo così i cittadini possono criticare o complimentarsi con i loro politici. Oltre a questo, un altro fattore molto importante per la Lega in generale (e quindi anche e soprattutto a Milano) è la chiarezza delle nostre idee: federalismo, sicurezza e lotta alla clandestinità. Noi siamo pragmatici, questo perché alla gente non interessa nulla di discorsi quali: escort, processi di Berlusconi, ecc; a loro interessano i problemi reali e concreti e noi, soprattutto con il nostro leader Bossi ragioniamo e parliamo in maniera concreta e pragmatica”. Per quel che concerne invece la forza elettorale della Lega Nord a Milano, Cecchetti pensa che essa comunque dipenda molto dal contesto nazionale, ritenendo difficile che il voto milanese sia espressione solo di un gradimento delle proposte politiche del movimento a livello locale.

Il consigliere regionale è convinto inoltre (e questo è stato confermato anche dalle ultime elezioni amministrative 2009) che in territori molto piccoli la Lega riesce ancora meglio a strutturarsi e radicarsi sul territorio, grazie sempre a iniziative dirette a costruire uno stretto legame con i cittadini: attraverso i gazebo, feste di partito, sagre, ecc.); questo evidentemente a Milano non è una cosa fattibile togliendo alla Lega milanese grandi possibilità di aumentare ancora di più i suoi voti nella città.

 Luca Checola


[1] Consigliere regionale in Lombardia nonché Presidente della Commissione Bilancio

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