La Nazionale italiana lo specchio di un Paese

La delusione per la brutta figura di una Nazionale che lascia il Mondiale, sconfitta sul campo e fuori, è cocente. E’ cocente tanto più che ho avuto come l’impressione che questa nostra rappresentativa di azzurri fosse lo specchio che riflette in tutto il declino di un Paese che va a pezzi. Una squadra che magari non aveva grandi campioni in campo (non sempre è possibile averne), ma incapace di reagire  edi trovare gli stimoli per buttare il pallone avanti. Una Nazionale senza cuore e senza attributi. E l’Italia intera è un po’ così, senza cuore e senza capacità di risollevarsi. Piegata su se stessa, spesso per colpa dalle caste politiche e non. La Nazionale di calcio è apparsa immediatamente apatica, come apatico è stato tutto il carrozzone mediatico che ha seguito questa competizione. Nessuno credeva che gli azzurri ripetessero il successo di quattro anni fa, tanto più che la Rai, nonostante il tanto sbandierato digitale terrestre e numerosi nuovi canali attivati, del torneo ha deciso di trasmettere una sola partita al giorno. Chi è dotato di satellitare e può ricevere in chiaro i canali stranieri scoprirà che la Germania e la Svizzera i mondiali li stanno trasmettendo per intero. Il nostro servizio Pubblico televisivo, invece, preferisce evidentemente mandare in onda, sul digitale, Canzonissima del 1974. Faccio queste considerazioni per il fatto che, sempre più spesso, ho la sensazione sgradevole che certe scelte, operate da coloro i quali detengono una quota parte di potere decisionale, non vadano per nulla incontro alle esigenze e alle aspettative degli italiani. Un modo di agire che non vale solo per i dirigenti Rai, ma per molti altri settori che dovrebbero preoccuparsi della vita economica, sociale, culturale e lavorativa degli italiani. La Nazionale di Calcio ha fatto lo stesso. I suoi giocatori sono arrivati nel Sudafrica di Nelson Mandela abbacchiati e stanchi per il lungo campionato. Poco convinti e senza stimoli. Sono scesi dall’aereo e, trovando l’inverno africano che non è il nostro inverno, ma sotto l’equatore è comunque un’altra stagione rispetto alla nostra, si sono guardati in faccia l’un l’altro domandandosi: “ma chi ce l’ha fatto fare?” Anche loro, a fronte di una raggiunta agiatezza che non è una certo una colpa, hanno dimenticato le aspettative di milioni di italiani che fanno sempre più fatica a sbarcare il lunario e ad avere un minimo di garanzie per il futuro. Aspettative che sarebbero state assolte semplicemente se qualcuno dei giocatori azzurri avesse deciso di correre dietro a quella palla per tentare di buttarla dentro. Così non è stato…così non sarà per molto tempo, e ahimè temo che si tratti di una regola che non riguarda soltanto il calcio.

Ivan Bavuso

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