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La Nazionale italiana lo specchio di un Paese

La delusione per la brutta figura di una Nazionale che lascia il Mondiale, sconfitta sul campo e fuori, è cocente. E’ cocente tanto più che ho avuto come l’impressione che questa nostra rappresentativa di azzurri fosse lo specchio che riflette in tutto il declino di un Paese che va a pezzi. Una squadra che magari non aveva grandi campioni in campo (non sempre è possibile averne), ma incapace di reagire  edi trovare gli stimoli per buttare il pallone avanti. Una Nazionale senza cuore e senza attributi. E l’Italia intera è un po’ così, senza cuore e senza capacità di risollevarsi. Piegata su se stessa, spesso per colpa dalle caste politiche e non. La Nazionale di calcio è apparsa immediatamente apatica, come apatico è stato tutto il carrozzone mediatico che ha seguito questa competizione. Nessuno credeva che gli azzurri ripetessero il successo di quattro anni fa, tanto più che la Rai, nonostante il tanto sbandierato digitale terrestre e numerosi nuovi canali attivati, del torneo ha deciso di trasmettere una sola partita al giorno. Chi è dotato di satellitare e può ricevere in chiaro i canali stranieri scoprirà che la Germania e la Svizzera i mondiali li stanno trasmettendo per intero. Il nostro servizio Pubblico televisivo, invece, preferisce evidentemente mandare in onda, sul digitale, Canzonissima del 1974. Faccio queste considerazioni per il fatto che, sempre più spesso, ho la sensazione sgradevole che certe scelte, operate da coloro i quali detengono una quota parte di potere decisionale, non vadano per nulla incontro alle esigenze e alle aspettative degli italiani. Un modo di agire che non vale solo per i dirigenti Rai, ma per molti altri settori che dovrebbero preoccuparsi della vita economica, sociale, culturale e lavorativa degli italiani. La Nazionale di Calcio ha fatto lo stesso. I suoi giocatori sono arrivati nel Sudafrica di Nelson Mandela abbacchiati e stanchi per il lungo campionato. Poco convinti e senza stimoli. Sono scesi dall’aereo e, trovando l’inverno africano che non è il nostro inverno, ma sotto l’equatore è comunque un’altra stagione rispetto alla nostra, si sono guardati in faccia l’un l’altro domandandosi: “ma chi ce l’ha fatto fare?” Anche loro, a fronte di una raggiunta agiatezza che non è una certo una colpa, hanno dimenticato le aspettative di milioni di italiani che fanno sempre più fatica a sbarcare il lunario e ad avere un minimo di garanzie per il futuro. Aspettative che sarebbero state assolte semplicemente se qualcuno dei giocatori azzurri avesse deciso di correre dietro a quella palla per tentare di buttarla dentro. Così non è stato…così non sarà per molto tempo, e ahimè temo che si tratti di una regola che non riguarda soltanto il calcio.

Ivan Bavuso

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Un salto nel futuro

Il 2013 è forse ancora troppo lontano, ma probabilmente si dovrebbe già pensare tra le altre cose anche a chi saranno i prossimi candidati per le elezioni politiche.

Certo la situazione attuale ci distrae da questi pensieri ma i partiti politici lungimiranti dovrebbero già impegnarsi sull’individuazione del proprio leader.

Io in questo articolo ho provato a proiettarmi nel 2013 e indicare così i possibili candidati.

Certo questo non è assolutamente un lavoro facile, in questo momento sarebbe già difficile capire quale sarà la composizione dei due schieramenti, la legge elettorale con la quale si andrà al voto, la situazione del Paese, soprattutto quella economica, ma siccome ho trovato questa iniziativa interessante, ci provo.

Per quanto riguarda il centro-destra penso sia davvero difficile che Silvio Berlusconi lasci lo scettro anche perché trovare un sostituto all’altezza è molto arduo. Questo viene confermato dalla stretta alleanza proprio tra l’attuale premier italiano e la Lega Nord. Oltre a questo, la stragrande maggioranza di Alleanza Nazionale (esclusa evidentemente la corrente finiana) è super legata allo stesso Berlusconi.

Detto questo Berlusconi dovrebbe comunque capire le reali intenzioni di Giulio Tremonti, super ministro che gode della fiducia incondizionata di Bossi e i suoi. Per quanto riguarda invece proprio la Lega sembra davvero difficile che nel 2013 possa candidare un proprio uomo; anche se questo partito si sta facendo apprezzare anche in alcune regioni del centro-Italia, sembra davvero molto difficile che possa avere la fiducia della maggioranza degli italiani.

Personalmente la speranza è che ci sia un volto nuovo per il centro-destra, questo non per un mio pregiudizio verso Silvio Berlusconi, ma solamente perché penso che dopo quattro candidature sia arrivata l’ora di passare la mano.

Per quanto riguarda invece il centro-sinistra la situazione sembra essere più complicata e forse questo è anche più interessante. La premessa è che ancora non è chiaro se ci saranno o meno le primarie per scegliere il candidato e già sciogliere questo enigma sarebbe una grande vittoria!

Oggi comunque la figura più accreditata è quella dell’attuale segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani, ma non c’è ancora nulla di ufficiale.

Oltre a Bersani c’è sicuramente Niki Vendola che dopo la riconferma alla regione Puglia ha aumentato di molto i suoi sostenitori. Quest’ultimo però dovrà capire se il centro-sinistra farà o meno l’alleanza con l’Udc: in quel caso penso sia davvero difficile che il partito di Casini possa accettare la candidatura di Vendola.

Un altro nome papabile è quella di Enrico Letta. In questo caso proprio il partito di Casini sembra apprezzare molto questo nome.

Questi sono solo alcuni dei politici che potrebbero ambire ad essere i prossimi candidati alle elezioni politiche del 2013.

Onestamente quello che mi auguro è che alla fine chiunque sarà il candidato possa risultare il vero leader apprezzato dalla stragrande maggioranza degli italiani e soprattutto che riesca a dare un vero e (quasi) obbligato cambio di marcia.

Luca Checola

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Comunicazione permanente per il PD di Como

Campagna permanente, cross-media campaign e differenziazione dei mezzi e dei messaggi a seconda del target elettorale: sono questi gli ingredienti di una buona comunicazione politica secondo Luca Corvi, segretario provinciale del PD di Como, che questa settimana abbiamo intervistato per voi. Una realtà di non poco conto, complessa ed oltremodo dinamica quella di Como, all’interno della quale cresce l’esigenza di valorizzare il rapporto dialettico con l’elettorato.

Partendo dalle ultime elezioni regionali, come giudica il risultato ottenuto dal PD in provincia di Como?

Il risultato delle regionali in provincia di Como può essere considerato come positivo per due aspetti: il primo é l’inversione di tendenza che siamo riusciti ad attuare, passando dal 16 per cento in provincia al 19 recuperando quasi tre punti percentuali; e seconda cosa é stata l’elezione con più di dodicimila preferenze di Gaffuri che poi é diventato anche il capogruppo PD in Regione. Dobbiamo però ammettere che queste due piccole soddisfazioni non sono assolutamente sufficienti se vogliamo davvero puntare a diventare una forza di governo credibile e riconoscibile, c’è ancora moltissimo da lavorare e la comunicazione é uno dei primi campi in cui é necessario investire.

Parlando di comunicazione politica, quali sono stati gli elementi più significativi della vostra campagna elettorale?

Nella nostra campagna elettorale abbiamo, per motivi sopratutto di risorse, puntato sull’utilizzo dei mezzi classici. Questi si sono combinati con la presenza sul territorio di tutti i candidati che si sono presentati come squadra unita e coesa, come espressione di un unico partito e portatori degli stessi ideali democratici, sottolineando ognuno le sue caratteristiche e le sue peculiarità.

Qual è la posizione del Pd della provincia di Como in merito all’utilizzo dei new media in campagna elettorale?

I nuovi mezzi di comunicazione, peraltro già molto utilizzati dal PD provinciale, hanno certamente il pregio di raggiungere velocemente molte persone, di viaggiare e di comunicare in tempo reale, superando le intrinseche lentezze dei mezzi classici: la stampa, i manifesti, i volantini. Hanno però anche il difetto di riferirsi a target con caratteristiche ancora non molto diffuse: l’utilizzo del computer è in fatti oggi appannaggio soprattutto di giovani o di meno giovani che però utilizzano il computer per lavoro. Assai più difficile è raggiungere altri tipi di target non informatizzati. Questa segmentazione crea anche un problema di linguaggio che occorre diversificare e rendere comprensibile e appetibile per tutti i possibili fruitori.

Una efficace strategia di comunicazione permanente, non solo legata alla campagna elettorale. Deve considerare ogni mezzo a disposizione e analizzare il linguaggio adatto per ogni target, per ogni mezzo e per ogni messaggio.

È risaputo che il marketing politico è un’attività poco sviluppata in Italia, a differenza di quello che invece accade negli altri Paesi Europei e Occidentali in generale; in merito a questo, che ruolo hanno i coordinamenti politici a livello locale nello sviluppo di questa attività?

Il marketing politico incontra difficoltà ad affermarsi spesso per le ritrosie degli stessi personaggi politici. La questione della comunicazione politica risente di una tradizione da “1° repubblica” e i candidati faticano a considerare che le regole della comunicazione commerciale non siano così lontane da quelle efficaci per la comunicazione politica. I pubblicitari più radicali affermano che ciò che fa vendere uno yogurt funziona anche per far votare un candidato. Volendo essere più moderati crediamo che le basi siano le stesse e che vadano opportunamente calibrate per la comunicazione politica in cui si pubblicizza un pensiero, un contenuto, invece di un prodotto. In questo i coordinamenti politici locali devono svolgere un compito educativo importante. Essenziale è soprattutto che si possa considerare una campagna elettorale concentrata in un lasso di tempo relativamente circoscritto ma che non ci si dimentichi che la comunicazione politica deve continuare senza interruzioni durante tutto l’anno. Sarà necessario quindi calibrare i messaggi e i mezzi a partire da oggi per evitare un eccessivo e spesso incomprensibile sovraffollamento di messaggi degli ultimi giorni. Così come la vita di un partito e l’elaborazione politica non devono fermarsi, così il comunicare non deve conoscere soste e intervalli.

Un’ultima domanda…in vista della prossima tornata elettorale (elezioni cittadine e provinciali 2012 ndr.) quale elemento potrebbe costituire l’innovazione rispetto al passato in ambito di comunicazione politica?

A livello di comunicazione politica la prima innovazione dovrebbe essere quella di un maggior investimento sui nuovi mezzi di comunicazione come internet e social network, inoltre come dicevamo, é importante guardare a questo aspetto delle future campagne elettorali come centrale e professionale e non come residuale. Inoltre dal punto di vista dei messaggi vogliamo puntare a far emergere le maggiori contraddizioni dell’avversario politico.

Intervista a cura di Daniela Bavuso

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“Uniti almeno nella crisi”

È ormai da quasi un paio d’anni che continuiamo a sentir parlare di crisi economica mondiale, ma probabilmente oggi siamo davvero arrivati al punto decisivo. In questi giorni è stato approvato il testo definitivo del decreto legge della manovra economica decisa dal Governo Berlusconi e come era prevedibile non è affatto “robetta da poco”. Senza entrare troppo nel merito della questione tecnica, penso sia opportuno segnalare che anche questa volta, purtroppo, la politica italiana ha perso una grandissima opportunità per dimostrare la tanto proclamata “unità nazionale”.

Il Capo dello Stato richiama spesso i politici ad affrontare tematiche importanti con la massima condivisione possibile ma purtroppo anche questa volta non è stato ascoltato.

Non penso che in questo articolo sia giusto affermare che ha ragione e chi torto, ma è invece opportuno segnalare che si è perso una ulteriore grande possibilità.

La crisi è davvero importante e deve essere in queste situazioni che devono emergere tutte le nostre caratteristiche migliori, anche perché se si perde anche questa volta a farne le spese è tutto il Paese.

Abbiamo la fortuna di avere davvero persone competenti sia a sinistra, sia al centro sia a destra, che con difficoltà cercano di prendere la decisione migliore, ma queste forze devono unirsi perché almeno questa volta la priorità deve essere quella di uscire dalla crisi con meno danni possibile.

È assolutamente normale che in un Paese le forze e quindi gli interessi siano molti ed eterogenei ma in un situazione come questa sarebbe già molto importante osservare i politici italiani prendessero le decisioni il più possibile condivise.

Oltre a questi aspetti, sarebbe altrettanto importante se almeno per un attimo i politici si togliessero di dosso l’ossessione dei voti, così da  prendere decisioni anche impopolari ma essenziali per il Paese.

In uno degli ultimi miei articoli mi sono proprio soffermato sulla necessità di avere anche in Italia “politici di professione”: ecco questa può davvero essere la situazione ideale per dimostrare agli elettori italiani e ai cittadini europei che i politici “non sono tutti uguali”.

Altro aspetto importante penso sia decidere a chi iniziare a chiedere dei sacrifici. In una situazione come questa è evidente che tutti debbano fare la propria parte, ma probabilmente sarebbe davvero un gesto di grande serietà e anche di opportunità politica, se i politici decidessero davvero di contribuire in prima persona al recupero di risorse economiche.

A volte quando accadono avvenimenti così eclatanti non è detto che tutto debba essere negativo. Per la classe politica infatti potrebbe essere l’occasione per riacquistare la fiducia dei propri elettori. Certo rinunciare a una parte del proprio stipendio non è mai facile, soprattutto quando ci si è fatta l’abitudine ma nella vita a volte bisogna dimostrare davvero di essere uomini, soprattutto quando vengono ricoperte cariche di altissima importanza.

Luca Checola

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Primarie sì, primarie no!

Quanto è importante per un partito coinvolgere gli elettori nelle sue decisioni?
Questa è la domanda alla quale ho cercato di dare risposta in questo articolo.

Si sente spesso dire che la politica dovrebbe essere “partecipazione” e più i partiti riescono a coinvolgere i cittadini più avranno un buon risultato elettorale.

Questa è forse la filosofia alla quale si è ispirato il centro-sinistra dal 2005, anno in cui si sono sviluppate le primarie in Italia.

Negli anni questo strumento democratico ha avuto sicuramente un buon risultato, portando al voto un numero vero o presunto sempre sopra qualsiasi ottimistica previsione. Il problema però è che proprio dalla nascita delle primarie il centro-sinistra ha perso sempre voti alle varie elezioni che si sono succedute negli anni. A parte il 2006 infatti, il centro-sinistra ha registrato sonore sconfitte: politiche 2008, regionali 2010 e in mezzo la città di Roma, le Regioni Sardegna e Abruzzo, solo per fare alcuni importanti esempi. Inoltre bisogna aggiungere che anche laddove è riuscita a vincere (politiche 2006) la vittoria è stata molto risicata e assolutamente inferiore rispetto alle aspettative.

Il centro-destra invece non ha mai deciso di utilizzare questo strumento, anche perché c’è un leader molto forte che non ha bisogno di ulteriore legittimazione. Davanti ad una situazione del genere ci si potrebbe chiedere se questo strumento serva davvero e se soprattutto in termini elettorali sia efficace.

Il tema delle primarie si collega evidentemente a quello della partecipazione e ancora una volta sembra che il centro-destra abbia capito di più del centro-sinistra quanto valore attribuire a questo ambito. Il Pd soprattutto con Walter Veltroni ha scommesso molto sui i tanti volontari disposti a contribuire alla creazione e sviluppo del partito ma probabilmente non hanno saputo “sfruttare” efficacemente questo patrimonio, con il risultato di una doppia grave sconfitta: perdita delle recenti elezioni e, cosa ancora più grave, una disaffezione del proprio elettorato.

Il centro-destra invece crede sì nella partecipazione ma probabilmente gli dà un valore limitato.

È opportuno quindi capire se e quanto la partecipazione, quindi anche lo strumento delle primarie, sia utile, e cosa ancora più importante, quale sia la sua migliore gestione .

Un altro quesito che mi sorge è se è giusto o meno investire sulla partecipazione quando abbiamo tanti politici ben pagati soprattutto per prendere le decisioni (scegliere il candidato, i vari segretari, politiche migliori da attuare, ecc.). Il problema semmai sembra essere quello di preparare e selezionare la miglior classe politica possibile che si faccia carico di tutte queste importanti e delicate scelte.

Luca Checola

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Calcio e politica: due mondi solo apparentemente distanti

Preso dall’entusiasmo per la pubblicazione del mio primo libro: “La forza del calcio per le ambizioni di Milano”, in cui mi concentro sul rapporto tra calcio e politica e soprattutto su quanto la politica dovrebbe capire di più le grandi potenzialità del calcio per migliorare se stessa, ho voluto sviluppare questo tema anche nella nostra newsletter settimanale.

Oggi nessuno, o meglio una parte sicuramente minoritaria dei politici italiani, sembra guardare al calcio come forza per sviluppare grandi eventi locali e/o nazionali. Per quanto riguarda Milano, per esempio, sembra che nessuno voglia considerare la forza del calcio come un’arma strategica dello sviluppo della metropoli lombarda. Il solo rapporto oggi esistenti tra l’amministrazione di Milano e le due società di calcio milanesi è la gestione dello stadio Giuseppe Meazza di San Siro; oltre a questo infatti non sembrano esserci all’orizzonte intenzioni di nessun politico locale di partnership strategiche soprattutto in vista dei grandi appuntamenti che proprio Milano attende con ansia (tra tutti Expo 2015).

È così impensabile quindi ipotizzare un legame più stretto tra la politica e il calcio? Io personalmente penso di no e anzi affermo che soprattutto le squadre più importanti come Inter, Milan e Juventus grazie al loro potente “brand” possano davvero risultare fondamentali nelle strategie politiche. Queste squadre oltre a rappresentare lo sport più amato dell’Italia, sono forze economiche davvero straordinarie e che quindi possono essere molto utili per i politici. Discorso ancora più importante è quello che riguarda il calcio con la comunicazione politica: in questo caso infatti penso che un “fetta” abbastanza consistente possa essere influenzata dalle scelte dei politici legate al calcio.

Proprio in merito a questo discorso, Silvio Berlusconi sembra aver capito ancora una volta prima di tutti le potenzialità del calcio. Nella campagna elettorale delle ultime elezioni politiche infatti si “divertiva” a descrivere dettagliatamente la trattativa che avrebbe portato Ronaldinho al Milan: cosa questa che almeno a prima vista sembrava piacere molto agli “elettori-tifosi”.

Lo stesso Ronaldihno insieme a tutti gli altri giocatori brasiliani del Milan sono stati inoltre “utilizzati” ancora da Silvio Berlusconi per accogliere il Presidente del Brasile Lula in visita ufficiale in Italia nel novembre del 2008. Ancora una volta quindi l’attuale premier italiano ha optato per una scelta sicuramente irrituale, ma che conferma quanto sia importante il calcio anche per la vita politica.

 

 

Oltre a queste situazioni abbastanza clamorose, ci sono poi altri esempi magari meno conosciuti ma che confermano la tendenza di qualche politico o partito politico di guardare il calcio con occhi “diversi”. Questi sono i casi di ex calciatori che, conclusa la loro carriera calcistica, sono stati scelti per iniziare quella politica: Gianni Rivera, Spillo Altobelli, Massimo Mauro, ecc. Anche questo quindi può essere un esempio per dimostrare che il calcio in senso generale può avere un interesse importante sfruttabile anche in politica!

In conclusione credo si possa affermare che probabilmente questi due mondi non sono poi così distanti e soprattutto che la politica dovrebbe guardare il calcio in maniera “diversa” cercando di sfruttare le potenzialità che sicuramente offre.

Luca Checola

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Pietro Foglia: il più votato in Irpinia!

In questo periodo in cui nessuno sembra più ricordarsi delle elezioni regionali appena passate, mi sono voluto dedicare appositamente a quella tornata elettorale per esaminare meglio la campagna elettorale di alcuni eletti che si sono contraddistinti proprio per aver ottenuto un ottimo risultato.

Questo è il caso di Pietro Foglia che con 15.716 voti è stato il candidato al Consiglio Regionale della Campania che ha ottenuto il maggior numero di consensi in Irpinia. Pietro Foglia esponente dell’Unione di Centro, è risultato, infatti, il primo degli eletti nella provincia di Avellino. Con questo importante risultato, che in percentuale significa il 41,46% dei consensi risulta essere anche il più votato in Regione Campania tra tutti i candidati della coalizione uscita vincente dalle urne.

È proprio per questo che mi sono voluto occupare di questo candidato cercando di analizzare le caratteristiche positive della sua campagna elettorale, sempre ovviamente per quel che riguarda la comunicazione politica.

Inizio concentrandomi sul suo sito internet (http://www.pietrofoglia.it/) che ritengo essere molto completo; sono presenti infatti oltre al logo del partito e alla sua immagine, vari link interessanti per il tipo di visitatori (penso per esempio al sito della Regione Campania e al sito dell’Udc nazionale); inoltre è molto aggiornato con notizie in primo piano che confermano la presenza di uno staff qualificato. Nella sezione download abbiamo vari manifesti elettorali (alcuni dei quali sono stati riportati anche in questo articolo) e alcuni video ritenuti forse i più interessanti.

Per quanto riguarda proprio i manifesti elettorali e, nello specifico i due qui sopra riportati, ritengo che entrambi siano molto efficaci, in quanto con semplicità sembrano aver raggiunto sia l’obiettivo probabilmente prefissato sia il possibile target ai cui essi si riferiscono. Inoltre, soprattutto nel primo, è ottima la scelta dello sfondo. Si utilizzano poi sia nel primo sia nel secondo i colori del partito di provenienza (Udc) e si tende a sottolineare lo slogan che incuriosisce molto proprio per la voglia di scoprire realmente di cosa si tratta “Il progetto per l’Irpinia”. Giusto inoltre rimarcare l’area territoriale che si intende “soddisfare” in termini di nuove policy, questo ovviamente per dimostrare agli elettori della sua circoscrizione il reale interesse per quello specifico territorio.

Molto interessanti anche due dei suoi spot elettorali:

Il primo dura 34 secondi e si concentra solamente e, secondo me giustamente, nel ricordare lo slogan, il partito e il nome del candidato. Ancora una volta la scelta dei colori sembra molto opportuna (continuando con l’azzurro). Il secondo con una maggiore durata (1 minuto e 38 secondi) presenta in modo più dettagliato il candidato, concludendo anche questa volta con lo slogan.

Analizzando un’altra importante sezione del sito, e cioè l’agenda, si scopre che la scelta di Pietro Foglia è stata quella di una presenza costante su tutto il suo territorio, infatti si registra una serie infinita di appuntamenti (praticamente giornalmente). Cosa positiva inoltre è che questa buona abitudine sempre continuare anche dopo le elezioni, dimostrando la volontà di una campagna permanente e quindi con una presenza costante sul territorio: cosa questa che può fare la differenza.

In conclusione penso si possa affermare che lo straordinario risultato ottenuto dall’esponente dell’Udc sia la prova di un’attenta ed efficace  strategia, dettagliata e puntuale in molti aspetti che interessano la comunicazione politica.

Luca Checola

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La politica non è una partita di calcio

In questi giorni ho letto con molta attenzione l’analisi di Angelo Ventrone, “Perché abbiamo bisogno di un Nemico?” pubblicata dalla “Rivista di Politica”.

Questa lettura mi ha convinto ancora di più a riflettere proprio su questa tematica che ritengo molto interessante.

Le domande che mi sono posto sono molte, ma cerco di andare in ordine.

Nel nostro Paese esiste una consolidata realtà: l’idea di sviluppare campagne elettorali costituite (quasi) totalmente sulla paura e sulla demonizzazione dell’avversario politico. Questa è una caratteristica sia dei partiti di centro-sinistra, con l’antiberlusconismo, sia di quelli di centro-destra in cui si cerca di sottolineare gli storici errori del comunismo e così facendo si tenta di dimostrare quali effetti dannosi comporterebbe un ritorno a quell’idea politica; oltre a questi due esempi esiste poi quello della Lega Nord che nella sua lunga storia ha sempre puntato molto sulla paura e sul fatto di demonizzare i suoi veri o presunti nemici (meridiani, “Roma ladrona”, extracomunitari, rom, ecc.). Davanti a una situazione del genere, che come afferma Ventrone, “(…) è durata più a lungo che nelle altre democrazie occidentali”, bisogna, secondo il mio modesto parere, capire innanzitutto dove ci ha portato agire in questo modo e soprattutto quindi quali sono state le conseguenze per il Paese. Il risultato più visibile è un’Italia molto frammentata che cerca di “estremizzare” la propria posizione già molto marcata rispetto al confronto bipartisan soprattutto su tematiche di un interesse comune. In una situazione così radicata diventa difficile sia elaborare buone e utilissime nuove politiche sia soprattutto sviluppare ottime strategie di comunicazione politica. Gli amanti di questa professione si trovano quindi molto più in difficoltà rispetto ai loro colleghi stranieri, soprattutto inglesi e statunitensi, in quanto è sempre più arduo cercare di concentrarsi in modo efficace su tematiche urgenti ed indispensabili per i cittadini, perché, come detto, la radicalizzazione si è portata all’eccesso. Il tentativo che bisognerebbe fare è vivere la vita politica non come una partita di calcio, in cui esiste il sano sfottò tra le tifoserie (ovviamente sempre all’interno delle regole e della civiltà), e l’amore estremo per la propria squadra, ma pensando a quello che è più utile per il Paese anche se una determinata proposta viene sviluppata dalla parte politica a noi avversa, senza invece bocciarla a priori.

La speranza è che anche nel nostro Paese si possa crescere sotto questo punto di vista e iniziare a confrontarsi nel merito delle questioni concrete rispetto a ideologie diventate davvero troppo vecchie!

Luca Checola

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L’opposizione “fatta in casa”

Dopo l’incontro di ieri (15/04/2010) tra Berlusconi e Fini tutto potrebbe riaprirsi. Giusto una settimana fa avevamo affermato senza paura di essere smentiti della solida alleanza tra Bossi e Berlusconi soprattutto dopo il voto delle regionali. E invece, ora qualcosa potrebbe cambiare (?) E’ davvero molto difficile riuscire a capire la reale forza di Gianfranco Fini, in quanto sembra davvero improbabile che possa contare su circa 50 deputati e 20 senatori come affermato da fonti vicine al Presidente della Camera… ma se ciò fosse vero cosa potrebbe accadere? Innanzitutto penso sia importante capire le motivazioni che stanno spingendo Fini a comportarsi in modo così “ostile” con i suoi alleati e, solo in un secondo momento analizzare le possibili conseguenze.

Per i motivi, se si cerca di leggere tra le righe le varie affermazioni di Fini di questi ultimi mesi, la sua maggiore paura è quella di “essere messo da parte”, e soprattutto quindi contare sempre meno all’interno del Popolo della Libertà. Inoltre bisogna ricordare che proprio Fini accettò a fatica la nascita del Popolo della Libertà fatta, a detta proprio dell’ex segretario di AN, senza nemmeno una discussione interna. Inoltre se andiamo ancora più indietro nel tempo gli “scontri” tra i due leader risalgono già nei primi anni del 2000, quando al governo c’era sempre Berlusconi e alcuni comportamenti soprattutto all’estero del premier suscitavano davvero grandi malumori!

Oltre a questo, probabilmente Fini ha davvero capito che era arrivato il tempo di “uscire dal guscio” e cercare una scossa per fermare la fortissima alleanza tra Berlusconi e Bossi.

Ora, analizzate le motivazioni di Fini, bisogna capire cosa ha in mente. Far cadere il governo e andare a nuove elezioni, come affermato da Schifani? Ma ad oggi quanto vale a livello numerico Gianfranco Fini? E ancora con chi potrebbe allearsi se davvero si andasse ad elezioni anticipate? E quella che in realtà dovrebbe essere la vera opposizione, che ruolo avrebbe? È normale che il Partito Democratico stia a guardare senza entrare troppo nelle discussioni del vicino, però cercare di “approfittare” da questa situazione non sarebbe proprio così un reato, anche perché del resto stiamo parlando sempre di politica.

Detto tutto questo, però, penso che succederà davvero molto poco, proprio perché non credo che Fini abbia una reale forza da mettere in difficoltà Berlusconi e Bossi! Probabilmente a Fini potranno concedere qualcosa, magari in vista di quelle che si spera siano le riforme che ad oggi sono solo parole. Ma anche se fosse così almeno Fini ci sta provando… e magari poi sentiremo Berlusconi affermare: “Ne ho battuto un altro!”

Luca Checola

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L’immagine e la comunicazione della Lega Nord

I partiti, come le persone, nella loro rappresentazione esterna non possono muoversi secondo criteri astratti, ma valorizzando la propria fisionomia, le proprie qualità e i propri difetti. Analizzando quindi il rapporto tra la linea politica e l’immagine, si viene a rilevare che la comunicazione della Lega presenta tratti di marcata originalità rispetto a quella di tutti gli altri partiti; rappresenta anzi una controtendenza unica nel panorama politico italiano.  

Questa originalità e questa distinzione sono riferite innanzitutto a un dato ormai consolidato: quanto più la Lega risulta estranea ai grandi circuiti della comunicazione di massa – a cominciare dalla televisione nazionale – tanto più il consenso degli elettori cresce. Questa tendenza non è più un’eccezione riguardante questa o quella consultazione, ma un dato ripetuto, costante, ricorrente, che aiuta a cogliere la “cifra” politica di questa formazione. La parziale estraneità della Lega ai rituali televisivi si configura così in una duplice chiave. Da una parte essa subisce una certa emarginazione dai circuiti dei media dovuta all’applicazione di regolamenti e all’attuazione di prassi non favorevoli sostenute sia dagli avversari, sia dagli stessi alleati, come nel caso della posizione “ingombrante” del Popolo della Libertà che tende a schiacciarne la presenza proprio nelle regioni, come la Lombardia e comuni come Milano, in cui la Lega raccoglie notevoli consensi. Come scriveva Davide Caparini, segretario di presidenza della Commissione parlamentare di indirizzo e vigilanza dei servizi radiotelevisivi il 30 marzo 2009, “tra maggio e dicembre 2008 il Tg Regionale Rai della Lombardia ha violato il pluralismo politico discriminando la Lega Nord”. A dimostrarlo – aggiungeva – sono i dati dell’Osservatorio di Pavia, secondo i quali “ai rappresentanti del governo della Regione, cioè a Forza Italia e An è andato il 67,76 per cento del tempo complessivo, contro il 18,13 per cento del Pd e soltanto il 7,26 per cento della Lega Nord”.

Dall’altra parte sembra essere la Lega stessa a volersi distinguere attraverso una certa emarginazione dal circuito dei media, manifestando una misura di estraneità come controprova del suo radicamento territoriale e di un contatto più diretto con gli elettori, che si dimostrano ormai indifferenti o infastiditi dal “teatrino della politica” che si svolge sui grandi organi d’informazione. Questa rarefazione di presenza viene quindi ampiamente riequilibrata in termini di consenso politico dalla fitta trama di relazioni umane che il partito tesse sul territorio con una rete che si allarga gradualmente senza metodologie sofisticate, ma con quella tecnica del passaparola che vincola i cittadini a un rapporto non episodico ma più fedele e duraturo.

Questo atteggiamento della Lega, coevo alla sua origine, è stato anticipatore degli orientamenti più recenti dei professionisti stessi del messaggio pubblicitario. Essi hanno capito che le grandi campagne giornalistiche, televisive e sui nuovi media digitali non danno più risultati proporzionati ai costi. Il rimedio, allora, è tornare al passato. Come ha scritto Paolo Mastrolilli su La Stampa in una interessante corrispondenza da New York, non solo le aziende, ma anche i partiti politici degli Stati Uniti hanno riscoperto l’efficacia del passaparola.

Alcune compagnie “assumono migliaia di volontari e li mandano in giro a parlare dei prodotti con gli amici. In cambio, nella maggior parte dei casi, non offrono soldi, ma campioni gratuiti della merce prima che arrivi sul mercato. I volontari diventano “agenti segreti delle multinazionali”, e mentre sorseggiano un cocktail ad una festa accennano distrattamente al fantastico pantalone appena comprato, al nuovo programma di computer, al libro da non perdere, e magari anche alle salsicce di pollo, saporite come quelle di maiale ma più sane. Gli amici ignari ascoltano, prendono nota mentale del consiglio, e alla prima occasione comprano. I risultati di vendita sono strepitosi e i costi minimi, perché spesso i volontari non ritirano neppure i premi promessi: si accontentano di essere “trendsetters”, e la vera scarica adrenalinica gliela dà il gusto di conoscere i prodotti in anticipo e stabilire le tendenze. Poi magari scrivono anche rapporti, per raccontare le reazioni del pubblico”. Tutto ciò vale a maggior ragione in politica, dove il consenso del cittadino non si conquista con una battuta riuscita, ma spostando l’asse delle sue convinzioni. E ciò avviene soltanto attraverso un rapporto dialogico e partecipativo. Karl Rove, principale consigliere di Bush, si vantava di avere il telefono e l’indirizzo di tutti gli elettori repubblicani, ma per portarli alle urne puntava sugli amici volontari almeno quanto sugli spot televisivi. La campagna presidenziale di Obama, con il successo che ne è conseguito, è stato un mix esemplare di passaparola personale e di passaparola digitale attraverso la fitta trama di mail individualizzate indirizzate ai singoli elettori.

L’esperienza della Lega costituisce un terreno di studio estremamente pertinente e interessante. Ci si deve infatti interrogare su quali siano i canali del suo allargamento da Nord verso il Centro, in regioni come l’Emilia e Romagna, le Marche, la Toscana. Questa progressione per contiguità territoriale è la migliore riprova del “consenso gomito a gomito” che caratterizza il partito, attraverso forme di proselitismo politico che, coinvolgendo sempre più soggetti in un progetto di federalismo politico allargato, stempera anche le minacce secessionistiche che erano tipiche di una formazione più circoscritta. Resta da vedere se la “lezione di Obama” può portare anche da noi a forme di passaparola digitale che non venga ascritto surrettiziamente a tecniche di comunicazioni di massa illusoriamente “personalizzate”, ma a modelli di relazione che consentano un sufficiente grado di partecipazione attiva.

L’elementarità dei valori fondamentali che stanno alla base della proposta politica della Lega ha come conseguenza un linea riformista forte di una notevole chiarezza di impostazione. Essa si riassume nel progetto federalista a livello centrale e aumento della sicurezza e lotta alla clandestinità a livello locale.

A Milano in questi anni i più importanti esponenti locali (Matteo Salvini su tutti) hanno messo sulla loro agenda politica problemi quali: sgombero dei rom, forte opposizione contro la possibilità di costruire una Moschea a Milano, maggiori controlli in merito alla sicurezza e clandestinità, tutti problemi che nella città di Milano sono particolarmente sentiti. Anche questo percorso ha a che fare con il modello di comunicazione politica della Lega. Un programma politico che nasce a tavolino e che si esprima occasionalmente con interventi a “Porta a porta” non ha la forza di permanere, svilupparsi e vincere sull’arco di due legislature di maggioranza intervallate da un’altra di minoranza. Soltanto un radicamento forte, come quello di un robusto sostegno popolare, può alimentare la tenacia di un tale disegno politico. Di conseguenza, occorre ragionare sul modello di comunicazione politica della Lega non già in termini di propaganda di un’“ideologia” precostituita, ma in termini di formazione della linea riformista attraverso una trama molto fitta di comunicazioni e di consultazioni con una base attiva che fa da sostegno al progetto politico in tutte le sue fasi, anche e soprattutto nei passaggi più difficili, com’è certamente stata la cancellazione di anni di lavoro politico dovuta all’esito del referendum.

La tesi qui espressa della elementarità dei valori fondamentali e il fatto di essere un movimento pragmatico e non ideologico sono caratteristiche visibili anche nella realtà del partito a livello milanese. L’autorevole esponente della Lega Nord Fabrizio Cecchetti[1] da me intervistato l’8 ottobre 2009 rafforza questo pensiero affermando: “La Lega Nord ha successo grazie allo stretto rapporto che riesce a instaurare con il territorio e quindi non solo con i nostri elettori”. L’esponente leghista ha continuato affermando: “A differenza di molti altri partiti, il nostro movimento (e tengo a precisare che noi siamo un movimento e non un partito) cerca sempre di mantenere le promesse, perché l’aspetto più importante è non prendere in giro gli elettori; quindi bisogna “vivere il e nel territorio” sempre e non solo in campagna elettorale: solo così i cittadini possono criticare o complimentarsi con i loro politici. Oltre a questo, un altro fattore molto importante per la Lega in generale (e quindi anche e soprattutto a Milano) è la chiarezza delle nostre idee: federalismo, sicurezza e lotta alla clandestinità. Noi siamo pragmatici, questo perché alla gente non interessa nulla di discorsi quali: escort, processi di Berlusconi, ecc; a loro interessano i problemi reali e concreti e noi, soprattutto con il nostro leader Bossi ragioniamo e parliamo in maniera concreta e pragmatica”. Per quel che concerne invece la forza elettorale della Lega Nord a Milano, Cecchetti pensa che essa comunque dipenda molto dal contesto nazionale, ritenendo difficile che il voto milanese sia espressione solo di un gradimento delle proposte politiche del movimento a livello locale.

Il consigliere regionale è convinto inoltre (e questo è stato confermato anche dalle ultime elezioni amministrative 2009) che in territori molto piccoli la Lega riesce ancora meglio a strutturarsi e radicarsi sul territorio, grazie sempre a iniziative dirette a costruire uno stretto legame con i cittadini: attraverso i gazebo, feste di partito, sagre, ecc.); questo evidentemente a Milano non è una cosa fattibile togliendo alla Lega milanese grandi possibilità di aumentare ancora di più i suoi voti nella città.

 Luca Checola


[1] Consigliere regionale in Lombardia nonché Presidente della Commissione Bilancio

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