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Uk: I dibattiti televisivi

I sondaggi altalenanti hanno premiato chi di volta in volta è uscito vincente dai dibatti televisivi. Gli elettori britannici hanno assistito a ben tre incontri – i primi della storia in UK – che hanno visto soccombere in tutti i casi lo stanco Gordon Brown, premier uscente e autore di qualche gaffe dalla quale non si torna indietro. Brown si mostra forse più forte sui contenuti, ma dal puto di vista della forma risulta poco comunicativo e non avvezzo all’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Diversamente, Nick Clegg sa come comportarsi in Tv! Il giovane leader Lib Dem vince infatti il primo match televisivo infervorando molti elettori indecisi. Con abilità si è inserito nella discussione tra i leader dei primi due partiti britannici e ha sfruttato la situazione per mostrare al pubblico quanto questi rappresentino la vecchia politica: “Questi due signori al mio fianco vi ripeteranno di qui in avanti, fino alla noia, che bisogna votare laburista o conservatore, in quanto all’infuori non c’è alternativa. Ma naturalmente non è vero e voi non dovete dargli retta!”.  

Un vero e proprio fenomeno mediatico, che è stato annunciato da tutti i tabloid e le testate giornalistiche internazionali, ma che è stato ridimensionato già nel secondo round della sfida televisiva grazie alla buona performance di Cameron.

Ma quanto contano i dibattiti televisivi? Il target di riferimento è piuttosto maturo, se vediamo le percentuali dei telespettatori che hanno seguito il match più seguito, ovvero il primo, notiamo che il 47% aveva più di 55 anni. I giovani, invece, non guardano la tv. C’è quindi una grande parte degli elettori che non assiste a questi confronti televisivi e non vengono perciò influenzati da essi. Ciò, però, non è rilevante in quanto in media solo il 24% dei giovani tra i 18 e i 24 anni va a votare. E solo il 37% dei votanti alle scorse elezioni apparteneva a questo target.

Marina Ripoli

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Uk: I Tabloid

Se Rupert Murdoch – proprietario dei tabloid e di Sky-tv – aveva in questi anni appoggiato i Laburisti, questa volta sostiene i Conservatori, ignorando l’alternativa liberaldemocratica. Attraverso il settimanale The Economist e il quotidiano The Financial Times sostiene ufficialmente Cameron. Anche il The Sun e il Daily Express scelgono i Tories e titolano: “Our only HOPE”. Ma se il Sun “trust in Cameron” e lo ritrae come il nuovo Obama iconizzandolo nel noto poster di Shepard Fairey, il Daily Mirror – da sempre sostenitore dei Labour – sbeffeggia il candidato conservatore accostando la sua foto ad un minuscolo curriculum dove si legge che nel tempo libero “taglia i servizi pubblici, ricompensa i ricchi e i privilegiati e ama la caccia alla volpe”. Nella sezione dedicata “all’esperienza di lavoro”, il campo è riempito con uno spietato: “nessuna”. Il titolo è naturalmente coerente con l’approccio sarcastico: “Prime minister? Really?”.

Si schierano invece per i Liberal-democratici: la testata, da sempre laburista, The Guardian, e gli ‘intellettuali illuminati’ come Dick Sennett, Richard Dawkins, John Le Carré, Brian Eno.

Insomma, i tabloid inglesi non vanno tanto per il sottile, si schierano apertamente e lo fanno con titoli forti e tonanti. Ciò è importante se si considera che solo il Sun del magnate australiano ha 8 milioni di lettori.

Anche il pubblico dei giornali, però, è vecchio: il 41% dei lettori del Telegraph ed il 36% di quelli del Daily Mail hanno 65 o più anni. Possiamo quindi affermare che il sostegno dei tabloid ai candidati è fondamentale perché formano le opinioni di buona parte degli elettori anche se di un target più avanti negli anni.

Come si dichiarava infatti, per i dibattiti tv, i giovani sono lontani dalla politica e sono in pochi – tra i 18 e i 24 anni – a recarsi a votare.

Marina Ripoli

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Media politica: dal silenzio dei talk all’abbandono del web

Avevate sentito la mancanza dei nostri talk show politici? Ebbene, dopo le elezioni regionali sono ritornati più forti di prima. Annozero torna con ben 5 milioni 159 mila spettatori (21,88%), Ballarò con il caso Visco-Speciale raccoglie 3 milioni 840 mila spettatori (16,55%).

Le “trasmissioni pollaio”, oramai nuovi arbitri della comunicazione politica, sono state infatti interrotte per ben 4 settimane. Un mese di silenzio per i programmi televisivi di approfondimento legato al varo del regolamento sulla par condicio da parte della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Insomma, niente Porta a Porta, niente Ballarò, niente Annozero, messi in quarantena pur di non correre il rischio di influenzare la campagna elettorale per le Regionali.

Ma la squadra di Santoro si ribella… s’inventa Raiperunanotte e raccoglie dieci milioni di contatti per il sito creato apposta per la manifestazione; più di 3 milioni e mezzo di spettatori medi in tv e ascolti televisivi intorno al 13% con uno spostamento del pubblico di Sky pari al 6%; oltre 300 mila connessioni simultanee sul web ai siti che seguivano l’evento in diretta. Neanche Mentana si arrende al silenzio televisivo e lancia una rubrica sul sito del Corriere, Mentana Condicio. Niente faccia a faccia in Tv? Bene… perché non sul web?

Santoro analizza il significato della sua manifestazione a Bologna e afferma: «Il pubblico esiste e continua a esistere anche quando un programma viene spento. Ieri gli abbonati si sono costituiti in soggetti che vogliono scegliere cosa vedere». Soggetti elettori lontani dalle sezioni, dai circoli di partito, che leggono poco i giornali e desiderano informarsi attraverso i media. D’altronde, già nel lontano 1901, Gabriel Tarde parlava della trasformazione delle folle – intese come soggetti politici – in pubblici[1]. Il sociologo e filosofo francese affermava ciò osservando le trasformazioni verificatesi con l’avvento dei mezzi di comunicazione.  Anticipava, quindi, molti dei saggi e degli studi sulla comunicazione mediata e, quindi, sulla comunicazione politica degli anni successivi.

La scelta di porre un veto sull’informazione libera televisiva durante queste ultime elezioni, ha palesato ancor di più l’importanza che hanno i media oggi, la loro centralità nell’arena politica come sede di svolgimento di molti fatti della vita pubblica e internazionale, come percorso privilegiato per ottenere visibilità pubblica e notorietà; ma anche come fonte di definizione e di diffusione dei significati della realtà sociale e quindi come strumento di influenza e di innovazione nella società. Ciò di cui non si è tenuto conto è che anche il web e i new media in generale rivestono un ruolo centrale crescente nella comunicazione politica. Tale funzione è stata poi ulteriormente potenziata con il regolamento sulla par condicio di queste elezioni, creando difatti uno spazio non regolamentato… libero, ma che lascia fuori dall’informazione i target meno avvezzi all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Così, piazze televisive, piazze sul web… sono in effetti i nuovi luoghi della politica; le percentuali di ascolti, di contatti, i linguaggi dei social network e dei blog… sono le nuove frontiere della comunicazione politica. Anche Berlusconi, che ha sempre presidiato il regno televisivo, sbarca su Facebook riconoscendone di fatto forza e potenzialità.

Certamente in Italia siamo lontani dal dibattito digitale del Regno Unito, Democracy UK on Facebook. La maggior parte dei politici italiani utilizzano i social network come mezzo di propaganda e lo dimostra il tasso di abbandono registrato su Facebook e Twitter. Molti politici, infatti, hanno finto un interesse per questi nuovi mezzi di comunicazione, accostandosi ad essi con approcci top-down, ovvero utilizzandoli solo per informare i propri “followers” e non per relazionarsi con loro, per ottenere dei feedback utili alla definizione delle proprie politiche. Il web e i social network sono strumenti orizzontali e non espressione di una visione gerarchica, dove i cittadini/utenti assistono passivi ai twitts propagandistici dei politici di riferimento. Lo ha capito Vendola, ma anche Enrico Rossi con le pagine d’ascolto Le fabbriche di Nichi” e “la Toscana che voglio”[2]… non lo ha capito per niente Cota che ha lasciato – senza alcuna moderazione – la sua pagina facebook in preda a orde di commenti scaturiti dalla sua dichiarazione sulla pillola abortiva… ma gli esempi negativi sono numerosi. Sono pochi, invece, gli esempi di chi ha continuato ad avere un rapporto con i sostenitori del web. È il caso di Vincenzo De Luca che, dopo la sconfitta, dimostra – con la comunicazione –di voler continuare il suo impegno anche dopo le elezioni. Pubblica foto, messaggi ad hoc per ogni provincia, chiede aiuto al popolo del web per continuare ad accrescere la rete che li unisce e per avere maggior sostegno nelle battaglie che li attenderanno.  

Naturalmente non è il politico che scrive direttamente sul suo “wall”. A gestire web e social network ci dovrebbero essere persone incaricate che si occupano della comunicazione e della moderazione seguendo linee guida ben congeniate. Ci dovrebbero essere staff e strategie di comunicazione adeguate ex ante, in itinere ed ex post. Tutto questo è ancora raro e al silenzio dei talk show televisivi durante le elezioni si è aggiunto quello dei politici sul web dopo il voto.

Marina Ripoli


[1] Gabriel Tarde enunciava tale teoria nel suo libro L’opinion et la foule (1901).
[2] Per approfondire leggi l’intervista di Spinning News allo spin doctor di Enrico Rossi.

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