È l’ora dell’unità nazionale!

In una situazione in cui il centro-destra è alle prese con molte difficoltà interne e il centro-sinistra ancora con tanti nodi da sciogliere: alleanze, strategie politiche, leadership, ecc. chi potrebbe assumere l’onere e l’onore di governare l’Italia?

È proprio questa la grande occasione che tutta la classe politica ha per dimostrare alla nazione che oltre a un legittimo interesse personale, hanno a cuore anche il bene dell’Italia e degli italiani.

Sarebbe quindi molto utile se tutti si fermassero a riflettere sull’eventualità di unire le forze e formare un “governo tecnico” che lavori per le riforme più importanti, così da far uscire il nostro Paese da questa grave situazione.

Molti italiani quando sentono parlare di “governo tecnico” si spaventano perché non legittimato con il voto, ma quale alternativa ci sarebbe?

 

Bisogna davvero fare un grande sforzo e capire realmente che purtroppo oggi forze politiche in grado di governare non esistono: troppi gli interessi, i poteri forti, pochi invece i politici “coraggiosi”… È proprio da qui che deve nascere l’idea di un governo formato più da tecnici e meno da politici: questi ultimi hanno come primo pensiero il consenso ed è quindi difficile che possano produrre leggi impopolari anche se fondamentali.

Questo, inoltre, permetterebbe a tutte le forze politiche di presentarsi alle elezioni del 2013 più preparate, con possibili leader consolidati e con proposte politiche innovative. Due anni, quindi per occuparsi dei problemi più urgenti e indispensabili: crisi economica, giustizia, riforme istituzionali.

Una grande possibilità per far ripartire il nostro Paese: è proprio ora dell’Unità Nazionale!

Luca Checola

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Tutti gli uomini del Presidente

Quale effetto avrà sul Governo la crisi giudiziaria che si sta abbattendo sull’entourage berlusconiano? In che termini può danneggiare il consenso del premier la crisi politica che sta minando il partito pidiellino?

Qualsiasi saranno le ricadute, è bene descrivere lo scenario che circonda il Premier. Noi lo facciamo proponendovi un panorama di alcuni degli uomini che lo attorniano, figure determinanti per il futuro del suo Governo. 

Sono tante, infatti, le personalità i cui nomi sono legati alla figura di Berlusconi e con le quali quest’ultimo è in relazione per  rapporti politici, personali, per amicizia, inimicizia.

Ecco la mappa degli “uomini del Presidente”.

Marcello Dell’Utri. Il super indagato e condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione di tipo mafioso. É uomo di Berlusconi dagli anni Settanta, suo stretto collaboratore in Publitalia, Fininvest/Mediaset e cofondatore di Forza Italia. È senatore per il PDL e oggi è iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete. “L’Amico degli amici” come lo apostrofa Marco Travaglio.

Nicola Cosentino. Neo dimissionario Sottosegretario di Stato all’Economia e coordinatore regionale de Il Popolo della Libertà in Campania. Accusato di Concorso esterno in associazione cammoristica e coinvolto nell’inchiesta sul tentativo di screditare, attraverso falsi dossier, la figura di Stefano Caldoro, attuale Governatore della Regione. Cosentino è indagato, insieme a Marcello Dell’Utri per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi che vieta la costituzione di società segrete.

Guido Bertolaso. L’uomo strategico della Protezione civile, l’uomo delle Emergenze e dei Grandi Eventi. Sempre fortemente voluto da Berlusconi, anche dopo lo scandalo del G8 che lo ha visto coinvolto tra scambi di favori, appalti e massaggi.

Claudio Scajola. L’inconsapevole ex Ministro dello Sviluppo Economico, ex democristiano e probabilmente futuro ex proprietario di un bellissimo appartamento che affaccia sul Colosseo, se sarà accertato che le fatture da decine di migliaia di euro per la ristrutturazione dell’appartamento furono emesse a carico del Sisde e pagate con i soldi destinati al rifacimento della nuova sede degli 007 in piazza Zama, a Roma.

Denis Verdini. Il super coordinatore del PDL, ha guidato la fusione con AN ed è stato un forzista della prima ora. Invischiato in numerosissime inchieste: dagli appalti per il G8 ai condizionamenti esercitati sui giudici della Consulta per la questione del lodo Alfano, dalla vicenda dei falsi dossier da utilizzare nelle lotte di potere interne al Popolo delle Libertà all’inchiesta sull’eolico.

Gianni Letta. L’eminenza grigia. L’unico uomo in politica che riesce a guidare e consigliare Berlusconi già dai tempi di Forza Italia. È Sottosegretario al Consiglio dei Ministri e come lui stesso ama precisare non si considera un uomo politico.

Angelino Alfano. È il Ministro della Giustizia che ha dato il nome al famoso “Lodo”, poi dichiarato incostituzionale. Ad oggi è alle prese con il complesso DDL Intercettazioni, tanto agognato da Berlusconi, ma combattuto da Fini nelle impostazioni e nella struttura.

Gianfranco Fini. Il nemico numero uno. L’opposizione “fatta in casa”. Presidente della Camera e cofondatore del PDL, è una delle cause principali dei problemi del Premier. Colui che ha intaccato l’aurea di assolutismo che caratterizza il potere di Berlusconi, colui che corrode dall’interno il partito di maggioranza manifestando dissenso e disappunto per le azioni del Presidente del Consiglio.

Aldo Brancher. L’uomo che ha sempre intrattenuto i rapporti con la Lega. Accusato per la vicenda Antonveneta-BNL, si dimette da Ministro senza portafoglio per la Sussidiarietà e il Decentramento, dopo aver cercato di approfittare della sua carica per sfuggire al processo.

Giulio Tremonti. Il Ministro dell’Economia dalla ‘R’ moscia. Autore dell’aspra manovra economica, è l’uomo tanto caro alla Lega e in particolare al Senatùr, che ben lo vedrebbe a capo di un governo tecnico. 

Umberto Bossi. L’uomo del Federalismo,  il fondatore della Lega, il grande alleato di Berlusconi ma anche colui che lo tiene in “ostaggio”. Sopravvissuto a un ictus… Lui “ce l’ha duro”! Tesse le fila di una ragnatela verde che si estende nei territori e nelle istituzioni; spopola in Padania e con le elezioni Regionali tenta di invadere anche le regioni centrali.

Bruno Vespa. L’uomo di Porta a Porta. Il giornalista. Lo scrittore. E da un po’ anche l’organizzatore di cene riconciliatrici. Sulla sua terrazza in Trinità dei Monti dà vita a un bel salotto dove Berlusconi incontra la sua “vecchia fiamma”…Pier Ferdinando Casini.

Pier Ferdinando Casini. Il Delfino. L’uomo del Centro, della politica dei due forni e della bandiera ricucita delle ultime elezioni regionali. Colui che si fregia ancora dello scudo crociato, ne fa una missione e punta al Terzo Polo. È stato infatti alleato di Berlusconi per anni, ma non ha aderito al progetto del PDL e ora pensa all’alternativa… sempre che Silvio non lo alletti con le sue proposte!

Marina Ripoli

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UDC Cremona: Comunicazione locale!

Questa settimana Spinning Politics ha incontrato per voi Giuseppe Trespidi, Segretario Provinciale per L’UDC di Cremona, che ci ha spiegato quanto puntare l’attenzione sui bisogni della cittadinanza e su un’informazione concentrata a cogliere gli aspetti della vita locale, mirare su una comunicazione orientata a trasmettere messaggi chiari e diretti può garantire un buon livello di contatto col territorio.

Qual è la situazione dal punto di vista identitario dell’Udc in provincia di Cremona?

L’UDC in provincia di Cremona si caratterizza come partito di centro che pone al centro della sua azione l’uomo e la famiglia. Siamo un partito che ritiene che le politiche famigliari non si fanno solo a Roma ma che anche nel nostro territorio è possibile progettarle e realizzarle. Un esempio solo per tutti: in comune a Cremona siamo riusciti a fa passare all’unanimità un ordine del giorno relativo all’introduzione del quoziente famigliare sulle tariffe da applicare ai servizi erogati dal Comune. Siamo un partito che se si deve alleare lo fa con le forze politiche del centro destra, su degli obiettivi precisi, ma che non teme la competizione solitaria.

Quali effetti ha questo sulla vostra immagine percepita?

Non abbiamo sondato la percezione che gli elettori ed i cittadini hanno di noi. Quello che vogliamo trasmettere è un’immagine di partito moderato che ha come riferimento i valori della dottrina sociale della chiesa, che si vuol cimentare con la soluzione dei problemi e non con la sola enunciazione, che vuol dare una prospettiva ai cittadini del territorio, che non ha timore a dire apertamente come la pensa.

Qual è il rapporto tra il suo partito e i mezzi di comunicazione tradizionali, ad esempio con la stampa locale? Come lo alimentate?

Il rapporto con i quotidiani è senz’altro ottimo perché è abbastanza frequente e bidirezionale. In prevalenza ci affidiamo ai comunicati stampa ma ci sono anche le interviste. Il rapporto è discreto anche con le TV locali, anche se meno frequente rispetto ai quotidiani ed ai settimanali.

Tra la presenza di molti leader d’opinione sul territorio e l’utilizzo dei social network, quale secondo lei ha più importanza ai fini della mobilitazione?

La mobilitazione dipende molto da ciò che proponi ai cittadini. Quello che constato è che molto dipende dal rapporto che hanno i nostri responsabili e i nostri militanti sul territorio. Soprattutto laddove siamo presenti è più facile comunicare con i cittadini. Invece laddove non ci siamo proviamo ad utilizzare i mezzi che la tecnologia moderna mette a disposizione: sms, mail, facebook, comunicati stampa, ecc. Anche con questi mezzi si può raggiungere un buon numero di cittadini, però la mobilitazione riesci ad ottenerla in modo soddisfacente solo se oltre ad un buon motivo hai anche un messaggio chiaro e diretto.

Come si pone l’Udc locale rispetto alla linea del partito a livello nazionale in termini di comunicazione politica?

La nostra comunicazione riguarda prevalentemente la politica ed i fatti locali. Raramente ci siamo riferiti alla politica nazionale perché su quella poco si incide con comunicati stampa. Sulla linea politica nazionale si incide quando vengono riuniti gli organi nazionali del partito o con prese di posizione da parte degli organi provinciali del partito.

Credo molto in una attività comunicativa interna al partito, attraverso gli organi che democraticamente si è dato piuttosto che ad una comunicazione fatta attraverso i media.

 

Intervista a cura di Daniela Bavuso

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Strategia “Ghe pensi mi”

Quanti grattacapi per il premier: Brancher, Cosentino, la manovra economica, la protesta delle Regioni, il nodo delle intercettazioni, i rapporti istituzionali con il Quirinale, i rapporti con Fini, con la Lega, la gestione del PDL, l’avanzata di un fantomatico Terzo Polo. Beh… “Meno male che Silvio c’è!”.

Ed infatti, prima che tutto potesse sfuggirgli di mano, il Presidente del Consiglio decide di intervenire!

Niente di nuovo sotto il sole, insomma… L’impeto di superomismo del Cavaliere è in linea con la sua immagine e con le sue strategie elettorali. Berlusconi, d’altronde, non è mai stato un esempio di leadership partecipativa[1], non ama delegare… Lui fa tutto da solo e il “Ghe pensi mi” del premier, come la campagna acquisti presso la squadra dei finiani[2], ne sono solo una dimostrazione. 

Questo suo intervento così imponente, in moltissimi ambiti della politica di Governo e della politica interna al PDL, implica però un indebolimento della credibilità della sua squadra, già debilitata dalle numerose inchieste giudiziarie.

Quando infatti un leader scende in campo in prima persona, invadendo ogni ambito… Viene intaccata la credibilità dei suoi collaboratori. Ciò, probabilmente, passa in secondo piano, rispetto agli interessi in campo e all’emergenza dei problemi da risolvere. Tra questi ultimi, il più grave è il continuo conflitto interno al partito del Popolo della Libertà. I rapporti con Fini, oramai, sono alle strette. Anche Letta non è riuscito a ricucire.

Lo scenario che si profila è sempre più teso e difficile. Nel frattempo Berlusconi si appresta ad azzerare ogni tipo di corrente e fondazione all’interno della formazione politica. Ne concede la sopravvivenza solo per lo svolgimento di iniziative culturali.

Di personalismi, in pratica, non ne vuol sentir parlare… basta il suo! 

Nello scorso articolo apparso in anteprima su Spinning News il 9 luglio, tenendo conto dello scollamento interno al PDL, avevo osservato che il premier avrebbe dovuto concentrarsi sul rafforzamento dell’alleanza con la Lega (in bilico fino all’attuazione del tanto agognato federalismo) e sull’opportunità di disinnescare l’eventuale formazione del Terzo Polo.

Berlusconi, infatti, non perde tempo e mette a segno un altro step della strategia del “Ghe pensi mi”, così nel corso di un party romano invita Casini ad entrare nel Governo… peccato che la Lega non sia per niente d’accordo! 

Marina Ripoli


[1] K. Lewin e R. Likert.

[2] Dei tentativi di Berlusconi di fare campagna acquisti presso la corrente finiana avrebbe parlato lo stesso presidente della camera, raccontando che il premier “li chiama uno ad uno, persino quelli che l’hanno visto solo in fotografia, e gli dice: io e te dobbiamo parlare, vienimi a trovare”.

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Tutti colpevoli, nessun colpevole!

In Italia ormai da troppi anni la credibilità della classe politica è davvero, purtroppo, molto scarsa. Ma perché siamo arrivati a questo punto?
Non so se e quanto volutamente, ma ancora una volta l’attuale Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha fatto bene i calcoli.
Se infatti c’era una cosa per la quale la sinistra italiana poteva andar fiera era la sua “purezza etica”; non che questo significasse che a destra fossero tutti cattivi e a sinistra tutti buoni, ma sicuramente era ben spendibile a livello elettorale. Quello che invece siamo stati abituati ad osservare in questi ultimi anni è che anche a sinistra non sono tutti dei “santi” e a questo punto diventa molto difficile spiegare che Silvio Berlusconi e i suoi alleati sono corrotti, amanti solo della bella vita e molto altro ancora. Davanti ad una situazione del genere è assolutamente normale che la sinistra abbia perso la sua credibilità.
Silvio Berlusconi infatti negli anni non è affatto cambiato, così lo conoscevano gli italiani così lo continuano a conoscere: c’è chi lo ha sempre amato e continua a farlo c’è chi invece lo ha sembra odiato e continua a farlo; ci sono poi anche coloro che hanno cambiato idea ma per altri motivi non per come è Silvio Berlusconi. Il cambiamento invece è stato fatto da alcuni uomini della sinistra anche se non da tutti, ma questo non è bastato a far sì che gli italiani mettessero la classe politica tutta in un unico pentolone!
È anche e soprattutto per questo che quindi gli elettori, soprattutto quelli di centro-sinistra non abbiano più fiducia di questa classe politica, perché ai loro occhi: “Sono tutti uguali!”.

 

Ora la cosa ancora più interessante sarebbe quella di capire se ancora una volta tale situazione è frutto di una strategia di Silvio Berlusconi o se invece è stata solo la negligenza di qualche esponente di sinistra a far sì che si creasse la situazione attuale: ma per risolvere questa enigma ci vorrebbe molto più di un articolo!

Luca Checola

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Più coraggio in Campagna Elettorale!

La campagna elettorale tra targetizzazione dei messaggi su base territoriale, utilizzo integrato di media tradizionali e social media e ascolto. Ecco gli ingredienti dello straordinario successo personale della campagna dell’esponente del Pd Roberto Placido, vicepresidente del Consiglio Regionale piemontese, che Spinning Politics ha incontrato per voi. Un punto di vista unconventional, che invoca più coraggio nella comunicazione elettorale e nell’informazione in generale.

 

Nonostante lo straordinario risultato personale il centrosinistra è stato sconfitto alle scorse regionali. Secondo lei, sono stati commessi errori dal punto di vista della strategia comunicativa o si è persa qualche occasione nel passaggio di determinati messaggi?

La vittoria personale lascia l’amaro in bocca e per spiegarlo faccio l’esempio calcistico: la soddisfazione di un buon risultato personale non cancella l’amarezza della sconfitta della squadra. Ci sono stati senz’altro degli errori nella comunicazione, forse maggiormente per quanto riguarda la campagna della candidata alla presidenza Bresso: la campagna non ha tenuto sufficientemente conto della realtà delle altre province piemontesi, che sono una cosa diversa dalla realtà di Torino e provincia sia in termini di risultati elettorali che in termini di organizzazione sociale, reddito, tradizione, storia; non è vero che, come dicono alcuni, c’è Torino e provincia e poi “l’altro Piemonte”. Semplicemente esistono sul territorio realtà completamente diverse. Uno dei problemi è stato quello di non essere riusciti a declinare uno slogan adattandolo alle varie realtà. La campagna ombrello è andata piuttosto bene, poi però sarebbe stato necessario declinare la comunicazione … cosa non facile. Questo è uno dei limiti della comunicazione, d’altronde è nel fare tante cose che capita che alcune non riescano molto bene.

Cosa ha caratterizzato la comunicazione politica del PD piemontese durante la scorsa campagna elettorale? Come si è articolata la battaglia con Roberto Cota e quali argomenti hanno maggiormente contribuito alla vittoria dell’avversario politico?

Per qualche verso è stata una questione di risorse: il Pd non aveva grandi risorse, la maggior parte di esse sono state usate per la campagna del presidente e gestite dal suo staff. Il Pd è stato solo un supporto tecnico economico ma non nelle decisioni.
Il Pd ha fatto slogan che attaccavano e si contrapponevano ad alcuni slogan della Lega, ad esempio “tute blu, non camicie verdi”; slogan che sono stati parte di una campagna coraggiosa che ha portato consenso e critiche al tempo stesso. Anche in questo caso una campagna molto efficace per alcune delle province e non efficace per le altre.
La campagna ha avuto però il pregio di essere coraggiosa, e questo è positivo se si considera che spesso in politica manca il coraggio nella comunicazione. 

Che rapporto esiste secondo lei tra la strategia politica e quella comunicativa, ovvero, a che punto le due si dividono? Quale ha pesato maggiormente nella sconfitta in Piemonte?

Si sovrappongono, ma la strategia comunicativa è funzionale alla strategia politica e non il contrario.
Un partito può, ad esempio, anche decidere una strategia comunicativa che può sembrare folle, ma si tratta poi di capire qual è la strategia politica che sottende ad essa. Personalmente ho fatto alcune campagne molto nette e coraggiose, che avevano alla base una chiara strategia politica. Anche una delle mie ultime campagne di comunicazione ha visto una chiara strategia politica che si è tradotta, ad esempio, nella quasi inesistenza della classica campagna di comunicazione esterna – cosa che ha creato anche qualche tentennamento da parte delle persone più vicine a me -; in quel caso c’era una strategia più articolata ma meno visibile che ha dato infine i suoi frutti. Naturalmente, come in tutte le campagne elettorali, un risultato non positivo sarebbe stato indice di una campagna condotta in modo sbagliato… Prendiamo l’ultima campagna elettorale: da una parte si è registrata strategia di bassissimo profilo e soprattutto una bagarre di grandi proporzioni per quanto riguarda, ad esempio, i manifesti elettorali. Capita, come è successo qui in Piemonte, che campagne elettorali che sfruttano enormi quantità di risorse possono risultare fallimentari nel risultato e causa di sprechi significativi.
Personalmente avevo pensato di uscire con una campagna senza volto sui manifesti – cosa che mi è stata sconsigliata – e solo con il cognome, il “brand” principale, proprio perché non volevo aggiungere a tutti i volti presenti sugli altri manifesti anche il mio; in seguito ho scelto una foto del mio viso ritratto in una posa espressiva seria, non sorridente, benché il sorriso sia uno degli aspetti positivi del mio volto e che mi caratterizza di più; la scelta risponde a questo ragionamento: in questa situazione economica drammatica “non c’è mica da ridere” e un cittadino che ha perso il lavoro, che rischia di perderlo, che magari ha il figlio disoccupato potrebbe guardare il manifesto e dirsi che non c’è nulla da sorridere, avvertendo che è più semplice sorridere per chi ha una posizione privilegiata rispetto alla propria.
Anche l’attenzione al colore utilizzato per i manifesti, per il sito e durante tutta la campagna è stato per me una scelta forte: sono stato l’unico candidato ad aver usato il rosso, colore che contraddistingue la mia storia politica, la mia appartenenza, l’idea politica e il contenuto: insomma, è il mio colore politico.
Il claim utilizzato era collegato all’azione politica e faceva poco riferimento a ciò che può essere percepito come l’ennesima promessa. Ho giudicato perdente e un po’ presuntuosa la scelta di chi ha scelto di affiggere manifesti che riportavano solo nome cognome e semmai il volto.
La strategia comunicativa ha dato ampio spazio alla personalizzazione.

Quanto spazio è stato dato durante la scorsa campagna elettorale alla comunicazione ed all’informazione attraverso i social media?

Personalmente ne ho fatto largo uso, io utilizzo tutto ciò che c’è di nuovo, sono molto curioso; deve però essere chiaro che i social media sono complementari e aggiuntivi, nella comunicazione, rispetto ai media tradizionali e tali resteranno. I social media esprimono un modo di comunicare ed una società che sta cambiando. Un dessert buono rende un pranzo indimenticabile, ma non devono mancare il primo e il secondo: ad oggi i social media e i social network non sono ancora il primo e il secondo.

 “Dillo a Placido”: informare, creare consapevolezza e trasparenza e incentivare la vicinanza con i problemi del cittadino-elettore. C’è legame tra questa esperienza e il risultato elettorale personale, e come si è inserita questa modalità di informazione e comunicazione nella campagna elettorale?

“Dillo a Placido” è stata proprio una bella esperienza. Per tre mesi ho condotto questa trasmissione che non parla di politica, non ha copione prestabilito, ma mette a disposizione degli spazi dove ognuno porta i propri argomenti. La trasmissione non prevede interventi telefonici, a volte in grado di monopolizzare gli spazi. Si tratta di un’esperienza nata un po’ per caso ed è a metà tra “1/2 Ora” dell’Annunziata e “Stranamore”: come “1/2 Ora” è un programma di informazione, come “Stranamore” c’è un grande furgone itinerante con il mio volto, il logo della tv e il titolo della trasmissione. Gli inviti a seguire la trasmissione arrivavano a tutti e venivano distribuiti nella località dove sarebbe arrivato il furgone con anticipo, così da invitare tutti a prendere parte alla fase preparatoria e a creare aspettativa e passaparola: arriva Placido! Dillo a Placido!
Gli argomenti trattati vanno da quello della sicurezza e ordine pubblico, alla sanità, il lavoro, la casa, i trasporti, insomma, argomenti quotidiani e concreti.
Che abbia funzionato, beh, lo dice un episodio simpatico che le racconto: un mese o due dopo che la trasmissione si è interrotta per dar spazio alla campagna elettorale, il Comune di Torino ha fatto una campagna per promuovere le affissioni comunali rivolta alle aziende private e la campagna, graficamente non eccezionale, riportava il claim “Dillo a tutti”: vedendola in molti si sono ricordati della mia trasmissione e hanno pensato che avesse preso di nuovo il via. Da questo desumo che dal punto di vista comunicativo la trasmissione ha fatto centro.

 Cosa pensa di quello che sta accadendo in questi giorni al sistema di informazione pubblico e privato, e come pensa questo possa incidere sulla comunicazione delle minoranze politiche?

Un paese è democratico quando l’informazione è libera. Se la stampa non lo è completamente questo è segno di non democraticità. Ognuno deve essere libero di scrivere quello che vuole, se interviene un contenzioso ognuno ha delle responsabilità e chi sbaglia paga, ma il controllo non può avvenire a monte: questo appartiene ai regimi. Un’informazione genuflessa e orientata a magnificare l’opera di determinate personalità non giova alla democrazia. Se posso trovare un difetto della stampa italiana è proprio che questa è fin troppo poco irriverente e troppo poco irriguardosa verso la politica, a differenza della stampa anglosassone: in quel caso i giornalisti sono duri e vogliono delle risposte dal politico. Il giornalista deve chiedere al politico i perché e i come mai.

 Intervista a cura di Daniela Bavuso e Luca Checola

 

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Le vere “miniere d’oro” di Milano

Il marketing territoriale è solo una delle possibili vie che i policy-maker territoriali possono intraprendere per attuare lo sviluppo del territorio in chiave economica. Utilizzando le tecniche proprie del marketing management alla pianificazione territoriale, ci si pone, tra gli altri, l’obiettivo di attrarre nuove imprese, attività economiche, residenti, turisti, lavoratori sul territorio e/o di valorizzare l’insieme delle risorse (economiche, finanziarie, umane ed ambientali) possedute, ponendo come parametro di valutazione la soddisfazione dei clienti dell’“impresa-territorio”: stakeholder e target market.

Il calcio rappresenta sicuramente una delle maggiori “miniere d’oro” che i vari enti locali possono sfruttare. Nel caso specifico, Inter e Milan non sono solamente delle semplici squadre di calcio. Al contrario, sono attori ben organizzati che si muovono alla perfezione nei complessi scenari geoeconomici del mondo globale. Le due squadre milanesi, più di altre squadre italiane, sono infatti il paradigma perfetto della globalizzazione. Le voci che suffragano questa tesi sono molte: la forte presenza di calciatori stranieri nelle proprie rose, che sfiora il parossismo nel caso dell’Inter. La rete di osservatori tecnici sparsi in giro per il mondo. Più di tutto però, la presenza commerciale del loro brand nei vari mercati mondiali, una dimensione che ormai orienta in modo determinante anche le strategie tecnico-calcistiche delle due squadre, soprattutto alla voce acquisti.

Questo viene inoltre confermato da quanto le società hanno a cuore i risultati sportivi in campo internazionale. Il palcoscenico europeo crea evidentemente dei benefici significati anche e soprattutto per la città di Milano.

Solo per citare alcuni dati, lo stadio Meazza di San Siro vale circa 30 miliardi di euro come ritorno di immagine internazionale per Milano. Complessivamente, l’indotto turistico (tra ricettività, ristorazione, shopping, trasporti) generato dai grandi eventi sportivi di carattere internazionale, quali le partite di Champions League a Milano e il Gran Premio d’Italia a Monza, è di oltre 124 milioni di Euro e vale circa 830 imprese per quasi 1.600 posti di lavoro. Solo la Champions League, se le due squadre milanesi fossero arrivate fino alla fine della competizione senza incontrarsi prima, avrebbe generato un indotto turistico stimato in circa 95 milioni di euro, con circa 630 imprese per oltre 1.200 posti di lavoro. La sola partita di Champions League Inter–Barcellona, che si è giocata il 16 settembre 2009 a Milano, è valsa per il capoluogo lombardo oltre 9 milioni di euro di indotto turistico. Questo è quanto risulta da una stima dell’Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza a partire da Anholt Brand Index, dati Autodromo, Registro Imprese, Istat, Censis, Isnart, Istituto Tagliacarne, Provincia di Milano.

Luca Checola

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