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Più coraggio in Campagna Elettorale!

La campagna elettorale tra targetizzazione dei messaggi su base territoriale, utilizzo integrato di media tradizionali e social media e ascolto. Ecco gli ingredienti dello straordinario successo personale della campagna dell’esponente del Pd Roberto Placido, vicepresidente del Consiglio Regionale piemontese, che Spinning Politics ha incontrato per voi. Un punto di vista unconventional, che invoca più coraggio nella comunicazione elettorale e nell’informazione in generale.

 

Nonostante lo straordinario risultato personale il centrosinistra è stato sconfitto alle scorse regionali. Secondo lei, sono stati commessi errori dal punto di vista della strategia comunicativa o si è persa qualche occasione nel passaggio di determinati messaggi?

La vittoria personale lascia l’amaro in bocca e per spiegarlo faccio l’esempio calcistico: la soddisfazione di un buon risultato personale non cancella l’amarezza della sconfitta della squadra. Ci sono stati senz’altro degli errori nella comunicazione, forse maggiormente per quanto riguarda la campagna della candidata alla presidenza Bresso: la campagna non ha tenuto sufficientemente conto della realtà delle altre province piemontesi, che sono una cosa diversa dalla realtà di Torino e provincia sia in termini di risultati elettorali che in termini di organizzazione sociale, reddito, tradizione, storia; non è vero che, come dicono alcuni, c’è Torino e provincia e poi “l’altro Piemonte”. Semplicemente esistono sul territorio realtà completamente diverse. Uno dei problemi è stato quello di non essere riusciti a declinare uno slogan adattandolo alle varie realtà. La campagna ombrello è andata piuttosto bene, poi però sarebbe stato necessario declinare la comunicazione … cosa non facile. Questo è uno dei limiti della comunicazione, d’altronde è nel fare tante cose che capita che alcune non riescano molto bene.

Cosa ha caratterizzato la comunicazione politica del PD piemontese durante la scorsa campagna elettorale? Come si è articolata la battaglia con Roberto Cota e quali argomenti hanno maggiormente contribuito alla vittoria dell’avversario politico?

Per qualche verso è stata una questione di risorse: il Pd non aveva grandi risorse, la maggior parte di esse sono state usate per la campagna del presidente e gestite dal suo staff. Il Pd è stato solo un supporto tecnico economico ma non nelle decisioni.
Il Pd ha fatto slogan che attaccavano e si contrapponevano ad alcuni slogan della Lega, ad esempio “tute blu, non camicie verdi”; slogan che sono stati parte di una campagna coraggiosa che ha portato consenso e critiche al tempo stesso. Anche in questo caso una campagna molto efficace per alcune delle province e non efficace per le altre.
La campagna ha avuto però il pregio di essere coraggiosa, e questo è positivo se si considera che spesso in politica manca il coraggio nella comunicazione. 

Che rapporto esiste secondo lei tra la strategia politica e quella comunicativa, ovvero, a che punto le due si dividono? Quale ha pesato maggiormente nella sconfitta in Piemonte?

Si sovrappongono, ma la strategia comunicativa è funzionale alla strategia politica e non il contrario.
Un partito può, ad esempio, anche decidere una strategia comunicativa che può sembrare folle, ma si tratta poi di capire qual è la strategia politica che sottende ad essa. Personalmente ho fatto alcune campagne molto nette e coraggiose, che avevano alla base una chiara strategia politica. Anche una delle mie ultime campagne di comunicazione ha visto una chiara strategia politica che si è tradotta, ad esempio, nella quasi inesistenza della classica campagna di comunicazione esterna – cosa che ha creato anche qualche tentennamento da parte delle persone più vicine a me -; in quel caso c’era una strategia più articolata ma meno visibile che ha dato infine i suoi frutti. Naturalmente, come in tutte le campagne elettorali, un risultato non positivo sarebbe stato indice di una campagna condotta in modo sbagliato… Prendiamo l’ultima campagna elettorale: da una parte si è registrata strategia di bassissimo profilo e soprattutto una bagarre di grandi proporzioni per quanto riguarda, ad esempio, i manifesti elettorali. Capita, come è successo qui in Piemonte, che campagne elettorali che sfruttano enormi quantità di risorse possono risultare fallimentari nel risultato e causa di sprechi significativi.
Personalmente avevo pensato di uscire con una campagna senza volto sui manifesti – cosa che mi è stata sconsigliata – e solo con il cognome, il “brand” principale, proprio perché non volevo aggiungere a tutti i volti presenti sugli altri manifesti anche il mio; in seguito ho scelto una foto del mio viso ritratto in una posa espressiva seria, non sorridente, benché il sorriso sia uno degli aspetti positivi del mio volto e che mi caratterizza di più; la scelta risponde a questo ragionamento: in questa situazione economica drammatica “non c’è mica da ridere” e un cittadino che ha perso il lavoro, che rischia di perderlo, che magari ha il figlio disoccupato potrebbe guardare il manifesto e dirsi che non c’è nulla da sorridere, avvertendo che è più semplice sorridere per chi ha una posizione privilegiata rispetto alla propria.
Anche l’attenzione al colore utilizzato per i manifesti, per il sito e durante tutta la campagna è stato per me una scelta forte: sono stato l’unico candidato ad aver usato il rosso, colore che contraddistingue la mia storia politica, la mia appartenenza, l’idea politica e il contenuto: insomma, è il mio colore politico.
Il claim utilizzato era collegato all’azione politica e faceva poco riferimento a ciò che può essere percepito come l’ennesima promessa. Ho giudicato perdente e un po’ presuntuosa la scelta di chi ha scelto di affiggere manifesti che riportavano solo nome cognome e semmai il volto.
La strategia comunicativa ha dato ampio spazio alla personalizzazione.

Quanto spazio è stato dato durante la scorsa campagna elettorale alla comunicazione ed all’informazione attraverso i social media?

Personalmente ne ho fatto largo uso, io utilizzo tutto ciò che c’è di nuovo, sono molto curioso; deve però essere chiaro che i social media sono complementari e aggiuntivi, nella comunicazione, rispetto ai media tradizionali e tali resteranno. I social media esprimono un modo di comunicare ed una società che sta cambiando. Un dessert buono rende un pranzo indimenticabile, ma non devono mancare il primo e il secondo: ad oggi i social media e i social network non sono ancora il primo e il secondo.

 “Dillo a Placido”: informare, creare consapevolezza e trasparenza e incentivare la vicinanza con i problemi del cittadino-elettore. C’è legame tra questa esperienza e il risultato elettorale personale, e come si è inserita questa modalità di informazione e comunicazione nella campagna elettorale?

“Dillo a Placido” è stata proprio una bella esperienza. Per tre mesi ho condotto questa trasmissione che non parla di politica, non ha copione prestabilito, ma mette a disposizione degli spazi dove ognuno porta i propri argomenti. La trasmissione non prevede interventi telefonici, a volte in grado di monopolizzare gli spazi. Si tratta di un’esperienza nata un po’ per caso ed è a metà tra “1/2 Ora” dell’Annunziata e “Stranamore”: come “1/2 Ora” è un programma di informazione, come “Stranamore” c’è un grande furgone itinerante con il mio volto, il logo della tv e il titolo della trasmissione. Gli inviti a seguire la trasmissione arrivavano a tutti e venivano distribuiti nella località dove sarebbe arrivato il furgone con anticipo, così da invitare tutti a prendere parte alla fase preparatoria e a creare aspettativa e passaparola: arriva Placido! Dillo a Placido!
Gli argomenti trattati vanno da quello della sicurezza e ordine pubblico, alla sanità, il lavoro, la casa, i trasporti, insomma, argomenti quotidiani e concreti.
Che abbia funzionato, beh, lo dice un episodio simpatico che le racconto: un mese o due dopo che la trasmissione si è interrotta per dar spazio alla campagna elettorale, il Comune di Torino ha fatto una campagna per promuovere le affissioni comunali rivolta alle aziende private e la campagna, graficamente non eccezionale, riportava il claim “Dillo a tutti”: vedendola in molti si sono ricordati della mia trasmissione e hanno pensato che avesse preso di nuovo il via. Da questo desumo che dal punto di vista comunicativo la trasmissione ha fatto centro.

 Cosa pensa di quello che sta accadendo in questi giorni al sistema di informazione pubblico e privato, e come pensa questo possa incidere sulla comunicazione delle minoranze politiche?

Un paese è democratico quando l’informazione è libera. Se la stampa non lo è completamente questo è segno di non democraticità. Ognuno deve essere libero di scrivere quello che vuole, se interviene un contenzioso ognuno ha delle responsabilità e chi sbaglia paga, ma il controllo non può avvenire a monte: questo appartiene ai regimi. Un’informazione genuflessa e orientata a magnificare l’opera di determinate personalità non giova alla democrazia. Se posso trovare un difetto della stampa italiana è proprio che questa è fin troppo poco irriverente e troppo poco irriguardosa verso la politica, a differenza della stampa anglosassone: in quel caso i giornalisti sono duri e vogliono delle risposte dal politico. Il giornalista deve chiedere al politico i perché e i come mai.

 Intervista a cura di Daniela Bavuso e Luca Checola

 

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Media politica: dal silenzio dei talk all’abbandono del web

Avevate sentito la mancanza dei nostri talk show politici? Ebbene, dopo le elezioni regionali sono ritornati più forti di prima. Annozero torna con ben 5 milioni 159 mila spettatori (21,88%), Ballarò con il caso Visco-Speciale raccoglie 3 milioni 840 mila spettatori (16,55%).

Le “trasmissioni pollaio”, oramai nuovi arbitri della comunicazione politica, sono state infatti interrotte per ben 4 settimane. Un mese di silenzio per i programmi televisivi di approfondimento legato al varo del regolamento sulla par condicio da parte della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Insomma, niente Porta a Porta, niente Ballarò, niente Annozero, messi in quarantena pur di non correre il rischio di influenzare la campagna elettorale per le Regionali.

Ma la squadra di Santoro si ribella… s’inventa Raiperunanotte e raccoglie dieci milioni di contatti per il sito creato apposta per la manifestazione; più di 3 milioni e mezzo di spettatori medi in tv e ascolti televisivi intorno al 13% con uno spostamento del pubblico di Sky pari al 6%; oltre 300 mila connessioni simultanee sul web ai siti che seguivano l’evento in diretta. Neanche Mentana si arrende al silenzio televisivo e lancia una rubrica sul sito del Corriere, Mentana Condicio. Niente faccia a faccia in Tv? Bene… perché non sul web?

Santoro analizza il significato della sua manifestazione a Bologna e afferma: «Il pubblico esiste e continua a esistere anche quando un programma viene spento. Ieri gli abbonati si sono costituiti in soggetti che vogliono scegliere cosa vedere». Soggetti elettori lontani dalle sezioni, dai circoli di partito, che leggono poco i giornali e desiderano informarsi attraverso i media. D’altronde, già nel lontano 1901, Gabriel Tarde parlava della trasformazione delle folle – intese come soggetti politici – in pubblici[1]. Il sociologo e filosofo francese affermava ciò osservando le trasformazioni verificatesi con l’avvento dei mezzi di comunicazione.  Anticipava, quindi, molti dei saggi e degli studi sulla comunicazione mediata e, quindi, sulla comunicazione politica degli anni successivi.

La scelta di porre un veto sull’informazione libera televisiva durante queste ultime elezioni, ha palesato ancor di più l’importanza che hanno i media oggi, la loro centralità nell’arena politica come sede di svolgimento di molti fatti della vita pubblica e internazionale, come percorso privilegiato per ottenere visibilità pubblica e notorietà; ma anche come fonte di definizione e di diffusione dei significati della realtà sociale e quindi come strumento di influenza e di innovazione nella società. Ciò di cui non si è tenuto conto è che anche il web e i new media in generale rivestono un ruolo centrale crescente nella comunicazione politica. Tale funzione è stata poi ulteriormente potenziata con il regolamento sulla par condicio di queste elezioni, creando difatti uno spazio non regolamentato… libero, ma che lascia fuori dall’informazione i target meno avvezzi all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Così, piazze televisive, piazze sul web… sono in effetti i nuovi luoghi della politica; le percentuali di ascolti, di contatti, i linguaggi dei social network e dei blog… sono le nuove frontiere della comunicazione politica. Anche Berlusconi, che ha sempre presidiato il regno televisivo, sbarca su Facebook riconoscendone di fatto forza e potenzialità.

Certamente in Italia siamo lontani dal dibattito digitale del Regno Unito, Democracy UK on Facebook. La maggior parte dei politici italiani utilizzano i social network come mezzo di propaganda e lo dimostra il tasso di abbandono registrato su Facebook e Twitter. Molti politici, infatti, hanno finto un interesse per questi nuovi mezzi di comunicazione, accostandosi ad essi con approcci top-down, ovvero utilizzandoli solo per informare i propri “followers” e non per relazionarsi con loro, per ottenere dei feedback utili alla definizione delle proprie politiche. Il web e i social network sono strumenti orizzontali e non espressione di una visione gerarchica, dove i cittadini/utenti assistono passivi ai twitts propagandistici dei politici di riferimento. Lo ha capito Vendola, ma anche Enrico Rossi con le pagine d’ascolto Le fabbriche di Nichi” e “la Toscana che voglio”[2]… non lo ha capito per niente Cota che ha lasciato – senza alcuna moderazione – la sua pagina facebook in preda a orde di commenti scaturiti dalla sua dichiarazione sulla pillola abortiva… ma gli esempi negativi sono numerosi. Sono pochi, invece, gli esempi di chi ha continuato ad avere un rapporto con i sostenitori del web. È il caso di Vincenzo De Luca che, dopo la sconfitta, dimostra – con la comunicazione –di voler continuare il suo impegno anche dopo le elezioni. Pubblica foto, messaggi ad hoc per ogni provincia, chiede aiuto al popolo del web per continuare ad accrescere la rete che li unisce e per avere maggior sostegno nelle battaglie che li attenderanno.  

Naturalmente non è il politico che scrive direttamente sul suo “wall”. A gestire web e social network ci dovrebbero essere persone incaricate che si occupano della comunicazione e della moderazione seguendo linee guida ben congeniate. Ci dovrebbero essere staff e strategie di comunicazione adeguate ex ante, in itinere ed ex post. Tutto questo è ancora raro e al silenzio dei talk show televisivi durante le elezioni si è aggiunto quello dei politici sul web dopo il voto.

Marina Ripoli


[1] Gabriel Tarde enunciava tale teoria nel suo libro L’opinion et la foule (1901).
[2] Per approfondire leggi l’intervista di Spinning News allo spin doctor di Enrico Rossi.

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Sotto la camicia verde, i muscoli!

Mette in mostra i muscoli la Lega. In Piemonte e in Veneto il movimento padano conquista le poltrone dei Palazzi della Regione. Cota sorprende la Bresso (47,32%) e Zaia sbaraglia gli avversari (60,15%).

Oltre ad aver conquistato 85 parlamentari, 4 ministri, 5 sottosegretari, 355 sindaci[1], La Lega, protagonista più “antica” della Seconda Repubblica[2], conta anche 14 presidenti di provincia e 2 governatori di Regione. Regioni fondamentali nello scacchiere del Nord dove si gioca la partita del federalismo. Scacchiere più blu che rosso, che tende ad estendersi anche al centro: fortezza rossa, ma con qualche crepa!

La Lega insidia anche Emilia Romagna, Marche, Umbria e Toscana, erodendo di fatto la supremazia del centrosinistra e affiancando in modo sempre più ingombrante il Partito del popolo delle Libertà.[3] Le percentuali di consenso ottenute in queste elezioni hanno, infatti, più che raddoppiato quelle del 2005, arrivando a superare il Pdl in Veneto con un vantaggio di +10,41 punti.

Fonte: mie elaborazioni su dati Ministero dell’Interno

“La Lega è stata premiata perché è il partito delle riforme” – spiega Umberto Bossi. “Siamo il partito del cambiamento, delle cose concrete. La gente vuole queste cose e sa che noi rispettiamo le promesse. Per questo ci votano”. La Lega è difatti l’unico partito che presidia il territorio occupandosi realmente delle persone.

È anche il partito che nasce dalla percezione degli impulsi viscerali dell’“esclusione dell’altro”.  Il partito che torna alle radici, il partito del giuramento di Pontida con i raduni dei ‘cavalieri’ in costume intorno al Carroccio.

Questa è l’altra faccia della Lega, che è anche un partito istituzionalizzato al governo del Paese, ma che non tradisce mai la sua natura e le sue mission (federalismo, sicurezza, lotta contro la clandestinità).

Anche la comunicazione e il marketing elettorale di questa campagna restano fedeli all’indole leghista. Molto efficace  quella di Zaia, che oltre ad utilizzare una media strategy composita ed orientata anche ai nuovi media, grafica e colori coerenti con il suo candidate concept (ministro dell’agricoltura poco più che quarantenne), uno slogan vincente (“Prima il Veneto”), utilizza soprattutto un linguaggio molto diretto, puntando a mettere al centro della sua comunicazione (politica) l’elettore. Da segnalare la lettera del Ministro ai suoi elettori tutta in dialetto veneto nella sezione del sito web dedicata ai Post-it di Zaia.

Ma la comunicazione della Lega non si ferma alle elezioni: è permanente! Zaia e Cota prima ancora di varcare l’ingresso dei Palazzi di Regione, si scagliano – anche se poi ritrattano – contro la pillola abortiva RU486 ottenendo due risultati: 1) conquistano nuovi voti tra l’elettorato cattolico; 2) danno la prima risposta agli ecclesiastici che tanto hanno fatto perché diventassero presidenti.

E così, mentre il capogruppo del Carroccio, Roberto Cota, viene accolto nell’Aula della Camera con un lungo applauso dai banchi del centrodestra, con i deputati della Lega che sventolano le loro pochette verdi, Re Umberto gongola… ed è il caso di dire “Chi la dura, la vince!”.

Marina Ripoli


[1] Fonte Demos & Pi.

[2] Vd. Breve storia della Lega Nord.

[3] Destinati a diventare sempre più tesi i rapporti tra Lega e Pdl, che subisce anche lo sgambetto a Brunetta alle comunali di Venezia.

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