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Parole “pesanti”

Cosa si nasconde dietro le parole, se non la cultura di una comunità?
Il bagaglio simbolico di un gruppo di individui che condividono la varietà e la complessità di un sistema di segni vocali, un proprio linguaggio?

E in politica? In una comunità di militanti, la cultura di partito ha una storia e un significato, una sorta di costellazione di ideologie, miti, credenze, rituali, linguaggi. Cosa sono, dunque, gli appellativi “Compagni”, “Amici” o “Camerati” se non le parole che costituiscono questa costellazione, simboli che evocano emozioni e spingono gli uomini ad agire. Sono gli emblemi di un vocabolario specializzato, veicoli della comunicazione interna di alcune organizzazioni politiche. Parole che hanno costruito e mantenuto socialmente eredità storiche e valutazioni culturali. Parole che, al di fuori dei propri gruppi di appartenenza e dei partiti che le utilizzano, non rappresentano lo stesso universo di significato con il quale s’identifica il militante.

E nel Partito Democratico cosa significano gli appellativi Compagni e Amici? Anche qui sono qualcosa di più di termini, parole… “significano” qualcosa di più. Altrimenti non si spenderebbero quei due o tre minuti in più, ad inizio di ogni discorso, per salutare l’uditorio con entrambi i nominativi. Non nascerebbero polemiche se l’attore Gifuni (non tesserato), quasi in un impeto liberatorio, si rivolge ad una platea di Democratici con un ‘pericoloso’ «Compagne e Compagni!».

Il punto è che questi appellativi continuano ad essere motivo di distinzione e non di fusione all’interno della formazione democratica. Sono il sintomo della difficoltà che questa formazione politica ha nel lasciare il vecchio per il nuovo; o meglio la difficoltà del trasformarsi, proiettandosi verso il futuro, ma non abbandonando i retaggi del passato.

Le difficoltà, così, diventano resistenze al cambiamento…

E oppongono resistenza coloro che sentono la necessità di riaffermare le proprie radici a dispetto delle altre parti; ma anche coloro, che appartengono al presente e non vogliono sentirsi schiacciati dal passato.

Così, mentre i militanti di cultura rossa si entusiasmano alle parole di Gifuni, gli esponenti moderati del partito prendono le distanze dall’attore e i Giovani democratici manifestano la propria estraneità alla parola “compagno” e alla Festa dell’Unità.

Certamente tali polemiche appaiono sterili agli occhi degli elettori, ovvero l’ennesimo segnale di autoreferenzialità lanciato dal PD. Ma bisogna tener conto che un partito non è solo un organismo politico, un partito è anche una comunità di persone, un gruppo organizzato di donne e di uomini che lavorano sui territori animati da scopi, valori e principi comuni. In altri termini, come in un’impresa, parliamo di cultura organizzativa, di comunicazione interna, elementi che s’incarnano ed alimentano l’identità di un gruppo. E con l’identità non si scherza!

Marina Ripoli

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Pd: comunicazione e costituzione

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Il Partito Democratico organizza e promuove in questi giorni il tesseramento dei suoi sostenitori. Lo fa sul sito internet con una sezione apposita iscrivitialpd.it, in cui il Segretario Pier Luigi Bersani invita i cittadini a costruire l’alternativa; e lo fa con una campagna di comunicazione caratterizzata da affissioni su tutto il territorio nazionale e banner pubblicitari sul web.

 Alla base della campagna di tesseramento c’è un buon concept: si sceglie di puntare sulla difesa della Costituzione e dei diritti dei cittadini: lavoro, salute, cultura, ecc. L’obiettivo è creare una vera e propria identificazione tra i principi costituzionali e quelli sostenuti dal Pd. Ciò vuole essere trasmesso attraverso lo slogan efficace “Democratici per costituzione”, una copy strategy che riprende gli articoli costituzionali (“Il Partito Democratico è fondato sul Lavoro”) e dalla grafica bianco/rossa della “D” del logo di partito.

Come si evince dai manifesti qui riportati, non viene scelta una sintesi tra immagini e parole, bensì si sceglie una soluzione tipografica. Si ricorre, difatti, all’utilizzo del lettering del simbolo del Pd (la “D” di “Democratico”), la s’ingrandisce fino a ricoprire tutto lo spazio dell’affissione e si riempie il centro vuoto della lettera con il testo del messaggio. I colori del logo sono invertiti e il bianco della “D” viene ingrigito per creare maggior contrasto con il piccolo banner in basso a destra contenente logo del partito e finalità del manifesto, ovvero il tesseramento.

Nonostante l’idea sia valida e il concept efficace, nel complesso il manifesto risulta poco incisivo e di scarso impatto visivo. Mentre il messaggio sembra più adeguato e fruibile sul web, non si può dire la stessa cosa per le affissioni. Abbiamo ripetuto più volte quale sia la funzione dei manifesti e sappiamo che per essere letti  devono innanzitutto catturare l’attenzione; inoltre, devono essere leggibili – e comprensibili – nel minor tempo possibile. Qui il testo del messaggio ha un significato importante, ma non viene trasmesso al meglio: il bastonato bianco utilizzato è troppo sottile e si perde nel rosso dello sfondo. Il testo a volte è troppo lungo e poco ‘musicale’ (“Il Partito Democratico tutela la salute come fondamentale diritto”). L’elemento più interessante e più incisivo del messaggio – ma sul quale non si punta abbastanza – è invece quello che prima abbiamo chiamato slogan, ma che in realtà è la firma dell’articolo e il pay off del manifesto: “Democratici per costituzione”. È scritto con lo stesso font del testo, ma più piccolo… Peccato!

Perché non si è puntato su quest’ultimo elemento? Perché si è scelta una linea così asettica e poco orientata alla emotività? Ovviamente ciò che si vuole trasmettere ai potenziali tesserati è una visone del partito seria e razionale, incentrata sui principi e sui valori costituzionali al fine di incarnare un’alternativa al partito di governo. Si trasmettono quindi con chiarezza i cavalli di battaglia del Pd (Lavoro, Ricerca, Salute, Ambiente, Pari Opportunità, Patrimonio storico) e l’approccio ai problemi (difesa dei diritti e della Costituzione): da ciò si evince la volontà di comunicare un’identità ben precisa – e questo è un bene – ma proprio il modo di comunicarla la fa apparire ancora sbiadita.

Peccato… una buona idea, ma nessuno slancio energico, ciò che invece servirebbe al Pd!

Marina Ripoli

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