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Ti lascio, poi ti prendo, poi ti lascio…

Chi ieri (28 luglio 2010) si aspettava la fine ufficiale dell’“amore” tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sarà rimasto sicuramente deluso. In serata infatti Fini ha dichiarato di non avere nessuna intenzione di lasciare quel partito che ha contribuito a fondare.
Ovviamente tutti si sono scatenati a cercare di capire le motivazioni di questo dietrofront e il perché più verosimile sembra quello che Fini abbia davvero capito che i numeri non ci sono.
Detto questo, però, sicuramente la situazione all’interno del Pdl è ancora molto confusionaria ed è difficile infatti pensare che i “finiani” rimangano ancora nel Popolo della Libertà. E allora che succederà? Il premier sembra davvero intenzionato a “cacciare” dal partito i “finiani”. A questo punto questi ultimi potrebbero costituire un loro gruppo sia alla Camera sia al Senato, ma con pochissime probabilità che possa davvero contare a livello numerico, perché in politica si sa contano solo i numeri!
Ma allora è davvero convenuto a Fini tirare così tanto la corda? Davvero il Presidente della Camera pensava di prendere il posto di Berlusconi, così da guidare il centro-destra alle prossime elezioni?
Quello che ormai sembra sicuro è che il Pdl sia molto compatto a favore di Berlusconi e quindi deciso più che mai a “far fuori” Gianfranco Fini.
A questo punto, ciò che sarà interessante è capire se l’ex leader di An riuscirà a far meglio di Follini, Casini, quelli cioè che già in passato si sono opposti a Berlusconi con risultati, però, oggettivamente scarsi.

                                                           

Ma in tutto questo, il Paese ci guadagnerà qualcosa? Sul futuro non si sa, ma per ora purtroppo i problemi che già erano presenti (disoccupazione e crisi economica su tutto) si sono solo aggravati; e, cosa ancora più preoccupante, è che non si vedono grandi soluzioni all’orizzonte!

In definitiva, quindi, nulla di nuovo:

  • Silvio Berlusconi si conferma leader del centro-destra;
  • il centro-sinistra continua a tormentarsi con la sua confusione interna;
  • e… il Paese è fermo da circa sedici anni!!

Non concordo con chi generalizzando chiama “casta” la politica… ma nemmeno con chi fa poco per farsi apprezzare!

Luca Checola

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Tutti gli uomini del Presidente

Quale effetto avrà sul Governo la crisi giudiziaria che si sta abbattendo sull’entourage berlusconiano? In che termini può danneggiare il consenso del premier la crisi politica che sta minando il partito pidiellino?

Qualsiasi saranno le ricadute, è bene descrivere lo scenario che circonda il Premier. Noi lo facciamo proponendovi un panorama di alcuni degli uomini che lo attorniano, figure determinanti per il futuro del suo Governo. 

Sono tante, infatti, le personalità i cui nomi sono legati alla figura di Berlusconi e con le quali quest’ultimo è in relazione per  rapporti politici, personali, per amicizia, inimicizia.

Ecco la mappa degli “uomini del Presidente”.

Marcello Dell’Utri. Il super indagato e condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione di tipo mafioso. É uomo di Berlusconi dagli anni Settanta, suo stretto collaboratore in Publitalia, Fininvest/Mediaset e cofondatore di Forza Italia. È senatore per il PDL e oggi è iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete. “L’Amico degli amici” come lo apostrofa Marco Travaglio.

Nicola Cosentino. Neo dimissionario Sottosegretario di Stato all’Economia e coordinatore regionale de Il Popolo della Libertà in Campania. Accusato di Concorso esterno in associazione cammoristica e coinvolto nell’inchiesta sul tentativo di screditare, attraverso falsi dossier, la figura di Stefano Caldoro, attuale Governatore della Regione. Cosentino è indagato, insieme a Marcello Dell’Utri per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi che vieta la costituzione di società segrete.

Guido Bertolaso. L’uomo strategico della Protezione civile, l’uomo delle Emergenze e dei Grandi Eventi. Sempre fortemente voluto da Berlusconi, anche dopo lo scandalo del G8 che lo ha visto coinvolto tra scambi di favori, appalti e massaggi.

Claudio Scajola. L’inconsapevole ex Ministro dello Sviluppo Economico, ex democristiano e probabilmente futuro ex proprietario di un bellissimo appartamento che affaccia sul Colosseo, se sarà accertato che le fatture da decine di migliaia di euro per la ristrutturazione dell’appartamento furono emesse a carico del Sisde e pagate con i soldi destinati al rifacimento della nuova sede degli 007 in piazza Zama, a Roma.

Denis Verdini. Il super coordinatore del PDL, ha guidato la fusione con AN ed è stato un forzista della prima ora. Invischiato in numerosissime inchieste: dagli appalti per il G8 ai condizionamenti esercitati sui giudici della Consulta per la questione del lodo Alfano, dalla vicenda dei falsi dossier da utilizzare nelle lotte di potere interne al Popolo delle Libertà all’inchiesta sull’eolico.

Gianni Letta. L’eminenza grigia. L’unico uomo in politica che riesce a guidare e consigliare Berlusconi già dai tempi di Forza Italia. È Sottosegretario al Consiglio dei Ministri e come lui stesso ama precisare non si considera un uomo politico.

Angelino Alfano. È il Ministro della Giustizia che ha dato il nome al famoso “Lodo”, poi dichiarato incostituzionale. Ad oggi è alle prese con il complesso DDL Intercettazioni, tanto agognato da Berlusconi, ma combattuto da Fini nelle impostazioni e nella struttura.

Gianfranco Fini. Il nemico numero uno. L’opposizione “fatta in casa”. Presidente della Camera e cofondatore del PDL, è una delle cause principali dei problemi del Premier. Colui che ha intaccato l’aurea di assolutismo che caratterizza il potere di Berlusconi, colui che corrode dall’interno il partito di maggioranza manifestando dissenso e disappunto per le azioni del Presidente del Consiglio.

Aldo Brancher. L’uomo che ha sempre intrattenuto i rapporti con la Lega. Accusato per la vicenda Antonveneta-BNL, si dimette da Ministro senza portafoglio per la Sussidiarietà e il Decentramento, dopo aver cercato di approfittare della sua carica per sfuggire al processo.

Giulio Tremonti. Il Ministro dell’Economia dalla ‘R’ moscia. Autore dell’aspra manovra economica, è l’uomo tanto caro alla Lega e in particolare al Senatùr, che ben lo vedrebbe a capo di un governo tecnico. 

Umberto Bossi. L’uomo del Federalismo,  il fondatore della Lega, il grande alleato di Berlusconi ma anche colui che lo tiene in “ostaggio”. Sopravvissuto a un ictus… Lui “ce l’ha duro”! Tesse le fila di una ragnatela verde che si estende nei territori e nelle istituzioni; spopola in Padania e con le elezioni Regionali tenta di invadere anche le regioni centrali.

Bruno Vespa. L’uomo di Porta a Porta. Il giornalista. Lo scrittore. E da un po’ anche l’organizzatore di cene riconciliatrici. Sulla sua terrazza in Trinità dei Monti dà vita a un bel salotto dove Berlusconi incontra la sua “vecchia fiamma”…Pier Ferdinando Casini.

Pier Ferdinando Casini. Il Delfino. L’uomo del Centro, della politica dei due forni e della bandiera ricucita delle ultime elezioni regionali. Colui che si fregia ancora dello scudo crociato, ne fa una missione e punta al Terzo Polo. È stato infatti alleato di Berlusconi per anni, ma non ha aderito al progetto del PDL e ora pensa all’alternativa… sempre che Silvio non lo alletti con le sue proposte!

Marina Ripoli

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Il PD vince in Sardegna

Tempi duri per Cappellacci! Al di là delle previsioni, il Presidente della Regione Sardegna si trova costretto ad incassare la vittoria del Partito Democratico alle amministrative concluse nell’isola il 13 e 14 giugno 2010.

Il centrosinistra, infatti, ha portato a casa ben 4 sindaci (Nuoro, Iglesias, Porto Torres e Sestu) e 6 presidenti di Provincia (Cagliari, Nuoro, Ogliastra, Sassari, Carbonia-Iglesias e Medio Campidano), lasciandone solo 2 al centrodestra (Oristano e Olbia-Tempio).

Provinciali e Comunali in Sardegna: Eletti al II Turno

A breve distanza dalla sua elezione al posto di Soru, Cappellaci si troverà probabilmente a fare i conti con una verifica di giunta ed un rimpasto politico. Eppure solo un anno e mezzo fa, il Popolo delle Libertà avrebbe vinto in tutte le 8 province sarde. Forse qualcosa è accaduto e il vento è cambiato…

…Altro che vento, in Sardegna è passato un ciclone chiamato corruzione: l’affaire Bertolaso, le indagini sui lavori per il G8 della Maddalena, le accuse ad Anemone hanno fatto sì che il clima politico nella regione cambiasse sensibilmente …e i risultati elettorali lo dimostrano.

Anche se con un’affluenza bassissima e con vittorie in corner, c’è da sottolineare, infatti, che una vittoria del genere rappresenta un segnale di cambiamento rispetto ai risultati delle scorse regionali che hanno premiato il partito di maggioranza.

Il Partito Democratico si inorgoglisce, e fa bene. Ma è solo l’inizio per recuperare i consensi persi nella tornata elettorale di marzo. Gli elettori hanno scelto di dare la loro fiducia al PD, ma bisogna ripartire dalle urne deserte e recuperare i voti dispersi con progetti validi e una politica trasparente. Le sfide del centrosinistra – come detto poc’anzi – sono infatti quasi tutte vinte con pochi voti di distanza dagli schieramenti avversari.

Non dimentichiamo comunque la nota davvero positiva delle donne in politica. Valentina Sanna, Presidente regionale del Partito Democratico, saluta con soddisfazione le vittorie al femminile di queste elezioni amministrative[1].

Una nota negativa da segnalare per il partito di centrosinistra, invece, è la sconfitta a Porto Torres, che non si è consumata a vantaggio del PDL, bensì a favore di alcune liste civiche, più la Sinistra e Idv. Questo è un segnale da cogliere: il bisogno di una politica più vicina ai cittadini!

Marina Ripoli


[1] Alessandra Giudici, unica donna tra i candidati alla presidenza delle province, riconquista quella di Sassari al primo turno; Rita Murgioni è il consigliere più votato a Quartu; Rosanna Laconi e Romina Mura sono sindaci di Dolianova e Sadali. A Guspini, con Rossella Pinna, per la prima volta il sindaco è donna. È importante poi sottolineare l’elezione di Marinella Grosso al Consiglio provinciale di Carbonia Iglesias, Laura Cicilloni al Consiglio Comunale di Iglesias, Monica Spanedda al Consiglio comunale di Sassari, la capogruppo uscente Dolores Lai e la new entri proveniente dalla Cgil scuola Esmeralda Ughi, mentre in provincia viene confermata tra gli 8 eletti Alba Canu, capogruppo uscente dei Ds.

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Manifesti per Alemanno

Passeggiando per le strade di Roma in questi giorni è impossibile non restare colpiti dai numerosi manifesti che celebrano il biennio di Alemanno al Campidoglio (28 aprile 2008 / 28 aprile 2010).

roma_alemanno

Colpiscono sui muri e negli spazi pubblicitari le lunghe serie di affissioni che riproducono il ritratto del sindaco di Roma mentre compie il gesto di rimboccarsi le maniche della camicia. Il visual piuttosto incisivo scelto per l’occasione è accompagnato da uno slogan altrettanto forte: “Roma all’attacco”. Questi due elementi si impongono prepotentemente alla vista dei passanti non solo per l’impatto visivo, ma anche per la componente espressiva del messaggio.

A caratterizzare ulteriormente il manifesto – oltre ai colori carichi e intensi della foto e alla postura significativa del soggetto – segnaliamo: il lettering bianco dal font bastonato e maiuscolo che si staglia su un fondo rosso romanista; la fascia tricolore che incornicia dal basso il visual e lo slogan; il logo (in basso a destra) con tanto di Lupa de Il Popolo di Roma; il pay off in corsivo in fondo al manifesto: “La forza dell’identità”.

Ad attirare l’attenzione è il codice semantico utilizzato, a metà tra il gergo calcistico e la terminologia fascista. Le parole “attacco”, “identità”, “forza”, “popolo” rimandano, appunto, ad un universo di principi e valori che si riferiscono al vocabolario dei partiti di destra italiani. Il Popolo di Roma è infatti coerente alla formazione in cui s’inscrive, trattandosi di un movimento popolare e militante del Popolo della Libertà che si riconosce nella Destra Sociale e nei Circoli della Nuova ltalia, guidato tra l’altro dall’ex-ultrà Giuliano Castellino, al quale probabilmente dobbiamo il sapore calcistico degli slogan.

Il movimento è nello specifico sostenitore di Gianni Alemanno ed ecco perché ha promosso questa campagna celebrativa nei confronti del Sindaco. Una campagna di propaganda se si tiene conto della reale percezione dei romani, che al contrario segnalano un peggioramento della città negli ultimi due anni. L’immagine del sindaco che si rimbocca le maniche, dunque, non è proprio ciò che si delinea nella mente dei cittadini; e l’invasione dei manifesti – tra l’altro abusivi – non produce un effetto positivo sull’elettorato.

Marina Ripoli

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L’insofferenza finiana

L’attuale contrapposizione tra Fini e Berlusconi ha origini antiche che affondano le loro radici in un contrasto di tipo valoriale e caratteriale. Dunque, non solo un braccio di ferro per giocarsi una posizione di maggior potere all’interno del Pdl, ma anche un’“antipatia” di fondo, mascherata in questi anni per portare avanti un progetto politico comune.

Fini, in vero, salta sulla diligenza Berlusconi – la cosiddetta carrozza del vincitore – per portare a termine la trasformazione dell’MSI da partito anti-sistema, erede del fascismo, ad An partito di governo: un percorso tutto in salita già intrapreso con il sostegno a Cossiga nel ‘91 e con le strategie elettorali di quegli anni per aumentare notorietà e visibilità dei missini. Non mancarono negli anni successivi strategie di dissenso nei confronti di Berlusconi, ma i risultati negativi di tali scelte lo portarono a stringere sempre di più l’alleanza con Forza Italia, fino a presentarsi alle elezioni politiche del 2008 sotto il simbolo del Pdl.

Il seguace di Almirante e Romualdi ha approfittato di questo percorso per modificare anche la sua immagine (da missino a politico liberaldemocratico e uomo delle istituzioni) e non ha mai trascurato la sua comunicazione affinché ci fosse sempre un distinguo tra la sua figura e quella di Berlusconi. Non si tratta solo di una tattica per mantenere all’interno del Pdl i voti di chi mal sopporta il premier, ma anche di una vera e propria esigenza personale di differenziazione necessaria. A questo è servita anche l’attività di Fare futuro, ma sono state strategiche soprattutto le continue dichiarazioni fuori dal coro pidiellino, fatte approfittando della sua carica istituzionale.

Ne sono un esempio le posizioni più morbide del Presidente della Camera sulla questione degli immigrati o le posizioni sui temi bioetici e sui diritti civili, le frizioni con il Carroccio, l’insofferenza verso un federalismo esclusionista nei confronti del Mezzogiorno, la difesa della Costituzione. Per non parlare della registrazione in cui Fini, conversando ad un convegno con il magistrato Trifuoggi, accusa il premier di confondere la leadership con la monarchia assoluta ed il consenso popolare con l’immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità (dicembre 2009).

E non finisce qui. Nel marzo 2010, come non ricordare l’affondo di Fini sul Pdl: “Avendo io contribuito a fondare il Pdl, ci sono molto affezionato. Noi di An non eravamo alla canna del gas, il partito aveva percentuali a due cifre, ma ci siamo presi la responsabilità di dare vita ad un nuovo soggetto politico perché credevamo nel bipolarismo, nell’alternanza e nell’europeismo. Ma se mi chiedi se il Pdl mi piace così come è adesso, la risposta credo l’abbiano capita tutti, non c’è bisogno di ripeterla”.

Ora il contrasto è sulle riforme costituzionali. Il Presidente della Camera si oppone alla proposta del premier che vuole un semipresidenzialismo senza doppio turno. Come al solito i suoi spunti di discussione sono minimizzati e non diventano oggetto di dibattito all’interno del partito. Di resistere così Gianfranco Fini non ne può più! Il 15 aprile 2010 tutte le dichiarazioni di questi mesi, e di questi anni, prendono corpo in una vera e propria frattura arrivando a minacciare se non una scissione, almeno la creazione di gruppi parlamentari autonomi.

Oggi Fini, non avendo i numeri necessari per uscirne, vuole restare nel Pdl e vorrebbe battersi per creare una democrazia interna al partito, uno spazio di discussione e di negoziazione sulle linee politiche e programmatiche. Si presenta alla Direzione Nazionale del 22 aprile con l’idea di creare una corrente di minoranza. In pratica vorrebbe più spazio nel suo partito e cambiare la natura stessa del Pdl. Gli faremmo subito gli auguri se non vedessimo davanti a lui una strada ardua, costellata dagli ostacoli che il premier gli ha abilmente tessuto intorno, un cammino aspro, da percorrere solo (al massimo in compagnia di 11 “pellegrini”), un avvenire difficile tanto da dubitare anche su una futura coabitazione tra i due leader!

Ma la sconfitta di oggi potrebbe essere una vittoria domani. Il berlusconismo, oggi, ha lasciato la politica alla Lega e si bea tra sondaggi di gradimento e palcoscenici mediatici. Un partito senza un progetto per il Paese – se non solo quello personalistico del suo presidente – non ha futuro; e Fini che ha preso le distanze dal premier oggi, punta in alto domani perché conta su un progetto e pensa al futuro!

Marina Ripoli

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Bipartitismo o sindrome dell’ostaggio?

Che fine ha fatto il progetto di superamento del confuso bipolarismo coalizionale italiano? Dopo il tempo dell’iper-frammentazione partitica e dopo l’‘impero’ delle grandi coalizioni elettorali, sembrava essere giunto “il tempo delle fusioni”.

In questi anni i maggiori partiti del sistema italiano, hanno puntato infatti ad un’autoriforma che si è ispirata al bipartitismo delle democrazie europee, con lo scopo di portare a compimento il processo di razionalizzazione dell’offerta politica in atto da oltre quindici anni (in sostanza, la storia della seconda Repubblica). Il risultato si è manifestato nella nascita di due ‘nuovi’ soggetti politici: il Partito Democratico (ottobre 2007) e il Popolo delle Libertà (marzo 2009).

Ma l’Italia è un Paese adatto al bipartitismo?

A queste elezioni Pd e Pdl ottengono insieme solo il 55,7% dei consensi. Soltanto un anno fa raggiunsero circa sei punti percentuali in più e alle politiche 2008 ottennero addirittura il 71% dei voti. Anche presi singolarmente, i due partiti rappresentativi del centrodestra e del centrosinistra manifestano una riduzione della loro “quota di mercato”:

  • il Pdl passa dal 37% del 2008 al 30% del 2010;
  • il Pd si sposta dal 33% al 26%.  

Si evince, quindi, una perdita di consenso e di popolarità a vantaggio della crescita dei partiti “ago” (Italia dei Valori, Lega Nord, Unione di Centro), ai quali sono andati parte dei tre milioni di voti persi da Pdl e Pd rispetto alle regionali 2005. Basta considerare il dato che assomma le percentuali di Idv e Lega: insieme si avvicinano al 20%!

Osservando il grafico sottostante si registra tra l’altro la particolare debolezza del Pd, che solo in 4 regioni su 7 vince unicamente grazie ai propri voti, mentre il Pdl prevale anche in regioni dove ha vinto il centrosinistra grazie alle alleanze con Udc, Federazione di Sinistra e in particolare con l’Idv. Non dimentichiamo, però, che il partito di Berlusconi ha un problema ben più grave. La forte crescita della Lega fa del Popolo delle Libertà un ostaggio… Pensate alla sindrome di Stoccolma: ci sono casi in cui si sviluppa una forma di alleanza tra vittima e carnefice, la probabilità di svilupparla aumenta proporzionalmente al grado di dipendenza del sequestrato dal sequestratore: è più facile cioè che insorga in quelle circostanze nelle quali la vittima percepisce che la propria sopravvivenza è legata al proprio aguzzino!

Marina Ripoli

* Nel Lazio sono state sommate le percentuali del PDL (11,86%) con la lista Renata Polverini Presidente (26,33%).
Fonte: mie elaborazioni su dati Ministero dell’Interno

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La poesia della vittoria!

Vince l’epica e la narrazione di Vendola nel Laboratorio Puglia. Vittorioso alle primarie, il poeta di Terlizzi è riconfermato alla Regione. Un politico che viene osannato per la sua leadership carismatica, risorsa scarsa nell’attuale quadro politico, soprattutto di centrosinistra.

Negli ultimi decenni, a causa della de-ideologizzazione e del diverso rapporto dei partiti con i propri membri e con le istituzioni, le leadership di partito hanno distribuito benefici alla membership di tipo soprattutto selettivo e materiale (un ‘posto’, una promozione, un contratto, una agevolazione, una onorificenza e così via), riducendo la funzione dei benefici collettivi e simbolici. Come afferma Piero Ignazi, i partiti hanno vissuto «uno spostamento del baricentro […] da agenzia prioritariamente produttrice e distributrice di simboli e di obiettivi generali ad accaparratrice e distributrice di beni e benefici selettivi […] congruente con l’allentamento dell’identificazione ideale e simbolica dovuto alla secolarizzazione della politica»[1].

Nel caso Puglia, Palese (e quindi Fitto), la Poli Bortone e buona parte del centrosinistra pugliese, sono rappresentativi di un sistema di consenso basato sulla “distribuzione di beni e benefici selettivi”. È il motivo per cui prevale Vendola che, al contrario, rappresenta uno stile di leadership non solo volta all’amministrazione, ma anche alla gestione di miti, simboli ed immagini, che rende significativa e ragionevole la sua proposta politica agli occhi degli elettori.

La vittoria di Vendola è l’emblema di una spinta al cambiamento della fisiologia dei partiti politici, un funzionamento che oramai risponde a sindromi autodistruttive e a circoli viziosi di clientelismo.

La spinta è soprattutto giovane e si muove principalmente sul web (vd. Il Cantiere dell’Alternativa). L’obiettivo? Esportare il modello delle Fabbriche di Nichi, diffondere il “metodo”, far rivivere “la poesia della politica”.

Marina Ripoli

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[1] IGNAZI P., Il puzzle dei partiti: più forti e più aperti meno attraenti e meno legittimi, «Rivista italiana di scienza politica», Anno XXXIV, n.3, dicembre 2004, p. 335.

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