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La strategia Velardi

Cosa succede quando uno spin doctor decide di lavorare per due schieramenti differenti? Potrebbe accadergli di confondersi? Scambiare le carte (o i colori)? Velardi per le Regionali 2010 lo fa a posta! 

  

Claudio Velardi è ad oggi consulente politico di Vincenzo De Luca, candidato del centrosinistra in Campania, e di Renata Polverini, candidata del centrodestra nel Lazio. Lo spin doctor campano punta tutto sulla trasversalità dei suoi due candidati e sulla loro capacità di attrarre consensi sia da destra che da sinistra. Per questo motivo veste prima di rosso la Polverini, attirando polemiche su polemiche, e poi immerge nel blu De Luca, invertendo di fatto gli universi culturali e ideologici delle due organizzazioni politiche avverse. Ma non basta, cancella i simboli di partito dalla linea grafica di manifesti, sito web, materiale di propaganda e investe sulle personalità dei candidati e sulle loro storie.

In realtà, Velardi non fa altro che guardare a fondo il suo contesto d’intervento, ovvero il mercato elettorale in cui va ad operare. La Campania e il Lazio si presentano, infatti, come due regioni dove la fiducia verso la politica e i partiti è al limite (scandalo rifiuti, caso Marrazzo, etc.), delusione e incertezza la fanno da padrone, e di conseguenza i simboli e le ideologie si sciolgono sotto le pressioni dello scetticismo. È noto che in tali contesti gli unici ad emergere sono i cosiddetti meneur de foule, i leader carismatici, ed è ovvio che lo spin doctor abbia ben pensato di seguire la scia della leaderizzazione come soluzione alla confusione tra destra e sinistra, oramai non più portatrici di differenze sostanziali. L’obiettivo, quindi, non è confondere le idee degli elettori, ma chiarire loro le caratteristiche dei candidati “al di là dei partiti” (così recitano esplicitamente i manifesti di Vincenzo De Luca). Cambiano le categorie, dunque. Non l’individualismo del centrodestra, ma la solidarietà dell’universo sindacale, non la tradizione del centrosinistra, ma il decisionismo risolutore del buon amministratore. 

Velardi è probabilmente convinto che non sarebbero bastate delle campagne tradizionali di partito e/o di coalizione per far affermare i suoi candidati. Lo spin doctor decide di tentare la strada più ardua, ma forse l’unica possibile, poiché la vera minaccia è proprio la brand awareness, soprattutto se si guarda al caso campano, dove le possibilità di vittoria del centro sinistra inizialmente erano praticamente nulle.

Rimarcare la distanza con la nomenklatura politica lasciando cadere ogni riferimento agli schieramenti di appartenenza. Ecco l’obiettivo di un’operazione strategica difficile, un’operazione di management simbolico sulla costruzione dell’immagine dei candidati nella mente degli elettori. Naturalmente un consulente incide prima di tutto sui simboli, sul linguaggio, sui rituali, in quanto, essi determinano gli universi culturali delle organizzazioni. 

Tutte le organizzazioni sono intrise di cultura, ma i partiti ancora di più sono frutto della storia politico-culturale di una società, delle sue esigenze, dei suoi bisogni. Essi rappresentano identità specifiche e valori profondi, rappresentano la weltanschauung di intere comunità. Ma come afferma Schumpeter «un partito non può essere definito per i suoi principî». Secondo l’economista austriaco «un partito è un gruppo i cui membri si propongono di agire in accordo dentro la lotta competitiva per il potere politico»[1]. E in una società liquida, purtroppo, sono le logiche competitive a prevalere, e simboli di partito diventano talmente “liquidi” da scomparire

Così Velardi rompe le righe e scompagina i codici simbolici della politica italiana, l’attribuzione dei colori come espressioni culturali degli schieramenti. Gli unici rimasti a difesa della separazione tra destra e sinistra. Per fare una citazione gaberiana, è come se dicessimo che la mortadella ora è di destra e che il culatello è diventato di sinistra! 

Forse alcune regole non andrebbero violate, ma in nome della competizione elettorale e delle necessità strategiche contingenti tutto è possibile. Eppure, lasciatemi passare quest’ultima citazione… 

“Ideologia, malgrado tutto, credo ancora che ci sia.
 È la passione, l’ossessione della tua diversità,
 che al momento dov’è andata non si sa”
(Destra Sinistra, Giorgio Gaber) 

Marina Ripoli


[1] SCHUMPETER J.A. (1995), Capitalismo, socialismo, democrazia, Milano, Edizioni di Comunità, p. 269.

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Fund and people raising: le strategie delle “giacche rosse”

Organizzare una campagna elettorale coincide necessariamente con la ricerca di risorse finanziarie sufficienti per mettere in pratica le strategie migliori al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Nulla, però, deve essere lasciato al caso, e quando si parla di fund raising, si discute sulla scelta delle fonti di finanziamento e sulle metodologie di raccolta fondi, ma soprattutto si tiene conto dello spartiacque segnato dalle ultime elezioni negli USA. Barack Obama, infatti, ha rappresentato una novità assoluta nella comunicazione e nel fund raising politico. Attraverso internet e strumenti di personal fund raising, ha raccolto “dal basso” ben 700 milioni di dollari, liberandosi di fatto dai vincoli burocratici del finanziamento pubblico.

Nel Lazio, inizialmente, nessuna delle due candidate “dalla giacca rossa” ha optato per una campagna di recupero fondi presso i piccoli elettori. Mentre sul sito web  della candidata di centrodestra  non vi sono sezioni dedicate al sostegno on line in stile obamiano,  Emma Bonino –  con la recente creazione del sito personale www.emmapresidente.it – utilizza tale strumento, tralaltro molto indicato nel caso di un elettorato attivo come quello dei Radicali. Era già infatti presente sul sito Lista Bonino-Pannella, in alto a destra, un piccolo bunner per le donazioni, anche se non direttamente rivolto al sostegno della campagna della Bonino. 

Entrambe le candidate, tuttavia, scelgono la strada del people raising (“Unisciti a Noi” – Renata Polverini; “Per darmi una mano compila il modulo…” – Emma Bonino), ossia la mobilitazione delle risorse umane. Come nel fund raising è necessario coinvolgere intorno ad una buona causa e far sì che la donazione (di tempo, energie e capitale relazionale) sia solo uno step di un processo più profondo di fidelizzazione. È necessario, inoltre, adottare un approccio strategico al reperimento dei volontari avendo chiare quali funzioni essi possono svolgere e con quali modalità organizzative.

La Bonino punta sul tipico stile partecipativo dei Radicali e chiede sostegno attraverso raccolte firme e coinvolgimento in prima persona. Anche la Polverini propone campagne di ascolto per la costruzione del programma, incoraggia ad aprire un comitato, proporre iniziative ed eventi, ma a fronte di una linea di comunicazione inclusiva (l’utilizzo del TU, il tono confidenziale, lo slogan “Con te”) rivolta agli elettori ed ai potenziali volontari, per il fund raising vero e proprio si rivolge ad un altro target, quello dei poteri istituzionali e dei rappresentanti delle lobby…strano per una sindacalista (!?!) che propone un programma basato sul lavoro, sulle famiglie e sui servizi pubblici.

Così, mentre la Bonino lamenta scarsità di fondi per la sua campagna, lo staff della Polverini punta tutto sul più classico degli strumenti di fund raising. La candidata a Governatore del Lazio incassa infatti ben 800.000 euro grazie ad una cena elettorale di autofinanziamento.

Al palazzo dei congressi, tra Chardonnay, Merlot e palloncini con la scritta ‘Con te’, Berlusconi, Alemanno e altri rappresentanti del mondo politico ed imprenditoriale hanno gustato un raffinato menù da 1.000 euro a persona.

Di regola, nello scegliere i gruppi di pressione e/o i personaggi con cui entrare in relazione, il politico deve fare attenzione che i loro obiettivi ed interessi siano coerenti con la sua immagine e il suo programma. Se viene a mancare questa condizione, egli perderà inevitabilmente credibilità, e quindi, i vantaggi ottenuti dall’aver conquistato dei finanziamenti risulteranno in fin dei conti annullati da un ben più grave calo di immagine.

Fundraising e mission dovrebbero marciare sempre insieme!
Una buona regola che i politici italiani dimenticano troppo spesso.

Marina Ripoli

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