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L’Udc ‘fornaio’ non convince

L’Udc fa l’ago o meglio il ‘fornaio’: si allea a destra o a sinistra a seconda dei casi, in 6 regioni presenta un suo candidato. E il risultato? Una media nazionale del 5,7% – e del 4,7% nelle regioni dove corre da solo -, perdendo circa 227 mila voti rispetto al 2005. Come si evince dal grafico sottostante perde quasi un punto percentuale in tutte le regioni raggiungendo solo in Campania un picco di consenso intorno al 9,4% (+2,7 punti rispetto al 2005) dovuti soprattutto alle siringhe dei neo-candidati centristi ex Pd. In Lombardia resta stabile (3,8%), nel Lazio favorisce la vittoria della Polverini (6,12%), in Piemonte non aiuta la Bresso (3,92%), in Puglia ostacola Palese con un 6,5% della Poli Bortone che avrebbe fatto la differenza.    

I numeri dimostrano che la politica dei due forni non funziona, passare dal Pdl alle alleanze con le forze  socialiste, dipietriste, ecologiste e radicali, disorienta l’elettorato meno fidelizzato e non conquista nuovi consensi. 

Marina Ripoli


* L’Udc corre da solo.
Fonte: mie elaborazioni su dati Ministero dell’Interno

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La poesia della vittoria!

Vince l’epica e la narrazione di Vendola nel Laboratorio Puglia. Vittorioso alle primarie, il poeta di Terlizzi è riconfermato alla Regione. Un politico che viene osannato per la sua leadership carismatica, risorsa scarsa nell’attuale quadro politico, soprattutto di centrosinistra.

Negli ultimi decenni, a causa della de-ideologizzazione e del diverso rapporto dei partiti con i propri membri e con le istituzioni, le leadership di partito hanno distribuito benefici alla membership di tipo soprattutto selettivo e materiale (un ‘posto’, una promozione, un contratto, una agevolazione, una onorificenza e così via), riducendo la funzione dei benefici collettivi e simbolici. Come afferma Piero Ignazi, i partiti hanno vissuto «uno spostamento del baricentro […] da agenzia prioritariamente produttrice e distributrice di simboli e di obiettivi generali ad accaparratrice e distributrice di beni e benefici selettivi […] congruente con l’allentamento dell’identificazione ideale e simbolica dovuto alla secolarizzazione della politica»[1].

Nel caso Puglia, Palese (e quindi Fitto), la Poli Bortone e buona parte del centrosinistra pugliese, sono rappresentativi di un sistema di consenso basato sulla “distribuzione di beni e benefici selettivi”. È il motivo per cui prevale Vendola che, al contrario, rappresenta uno stile di leadership non solo volta all’amministrazione, ma anche alla gestione di miti, simboli ed immagini, che rende significativa e ragionevole la sua proposta politica agli occhi degli elettori.

La vittoria di Vendola è l’emblema di una spinta al cambiamento della fisiologia dei partiti politici, un funzionamento che oramai risponde a sindromi autodistruttive e a circoli viziosi di clientelismo.

La spinta è soprattutto giovane e si muove principalmente sul web (vd. Il Cantiere dell’Alternativa). L’obiettivo? Esportare il modello delle Fabbriche di Nichi, diffondere il “metodo”, far rivivere “la poesia della politica”.

Marina Ripoli

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[1] IGNAZI P., Il puzzle dei partiti: più forti e più aperti meno attraenti e meno legittimi, «Rivista italiana di scienza politica», Anno XXXIV, n.3, dicembre 2004, p. 335.

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Ad Andria un candidato senza partiti, sostenuto dai giovani

Alle Comunali 2010 di Andria c’è una novità! Non è di destra, non è di sinistra, ma è il candidato dei giovani e della società civile. Si chiama Stefano Porziotta e rappresenta un caso emblematico per la città di Andria. Dopo circa 20 anni di amministrazione di centrosinistra e la vittoria mancata, ma più volte sfiorata, del centrodestra, si presenta alle elezioni  un candidato non schierato politicamente con a suo sostegno due liste civiche: “L’Alternativa” e “La risposta per Andria”. La prima è ispirata al nome del movimento politico-culturale L’alternativa – Percorsi popolari  che ha proposto la candidatura di Porziotta; la seconda al nome della campagna di comunicazione curata dall’agenzia pugliese TOM.  

Per comprendere a fondo le scelte strategiche di questa campagna elettorale è bene considerare lo scenario in cui queste nascono. Andria è una cittadina di circa 100 mila abitanti dove i problemi che preoccupano di più i cittadini sono la sicurezza, la criminalità, la disoccupazione e infine l’assenza di luoghi di intrattenimento giovanile. Quest’ultimo punto è un problema davvero sentito dalla cittadinanza in quanto i giovani di Andria sono costretti a recarsi nelle cittadine limitrofe della BAT per intrattenersi, indebolendo di fatto il loro senso di appartenenza alla città.

Stefano Porziotta, quindi, decide di puntare sui giovani, non solo perché sono i suoi primi sostenitori, ma anche perché vuole intercettare una problematica vissuta dai cittadini. La punta di diamante del suo programma è infatti la  “Città dei Giovani”, un vero e proprio villaggio h24 nel centro storico di Andria dedicato ai giovani, al tempo libero, all’accoglienza, all’arte. Si tratta di una tematica non toccata dal centrodestra ed è perciò un buon elemento di differenziazione rispetto all’avversario Giorgino del Pdl. Anche Liso del Pd punta sui giovani, e lo dimostra la comunicazione tutta orientata al target giovanile, resta il fatto che quest’ultimo ha dovuto aspettare le primarie per cominciare la sua campagna elettorale, iniziata in ritardo rispetto a Porziotta, già candidato un mese prima e anticipatore della strategia della campagna di ascolto di Liso.

Franco Liuzzi della Tom dichiara: “ad un candidato outsider come Stefano Porziotta, Tom ha fatto corrispondere una campagna disegnata su di lui, con un contributo cromatico forte e d’impatto, ed un orientamento complessivo all’ascolto. Il portale web, il social networking, gli eventi, sono diventate occasioni di scambio di bisogni e di prospettive in cui Porziotta si conquista l’attenzione, l’interesse e il consenso di coloro che sono stanchi dei partiti e che cercano nella società nuovi e migliori rappresentanti”. Così – continua Liuzzi – “alle mille domande, ai dubbi, alle preoccupazioni Porziotta cerca di offrire la sua risposta: una chiave di lettura e di gestione delle problematiche basata sul buon senso e sulla pluriennale esperienza di manager territoriale”.

Quindi se il nome della campagna è rappresentato dall’identificazione tra il candidato e la risposta ai problemi di Andria, il simbolo è un simpatico Balloon di colore verde o rosso che si può scaricare dal sito web, dove ne viene consigliato l’utilizzo:

  • pubblica il balloon tra le tue foto nei Social Network e invita gli amici a condividerlo;
  • sostituisci fino al 29 marzo la tua foto/profilo nei Social Network;
  • stampa, ritaglia e fissa il balloon al finestrino della tua auto o alla vetrina del tuo negozio.

Si evince un forte utilizzo dei new media, adatti sia a colpire i target più giovani sia a dare un’impronta partecipativa alle strategie di comunicazione. Da segnalare la campagna di social networking virale. Ovvero la diffusione su facebook di Chi vuol essere assessore?, un test attitudinale per formulare proposte indossando virtualmente i panni di un pubblico amministratore. Oltre all’applicazione facebook, Porziotta mette in pratica il principio della partecipazione scegliendo di scrivere un programma politico dinamico, scritto dagli andriesi. Per fare ciò è stata predisposta una sezione specifica sul sito web  “Idee in Comune”. Tra le prossime iniziative, poi, è prevista la distribuzione di shopper personalizzabili che da un lato mostreranno la campagna istituzionale “Senza partiti, solo Andria”, e dall’altra il simbolico baloon verde all’interno del quale l’elettore potrà scrivere la propria proposta da portare in giro per la città, diventando così promotore di Porziotta, ma soprattutto delle proprie idee.

teaserLa campagna è stata anche anticipata con una strategia teaser che ha domandato ai cittadini in cosa consistesse una città nuova. Ad una serie di bla bla bla bla… (le risposte degli altri), ecco intervenire la risposta concreta del nuovo candidato di cui naturalmente non appare né il nome né la foto, ma l’indirizzo del sito internet su cui scoprire di chi si tratta.

Tra gli altri punti di forza di questa campagna è da sottolineare la fotografia. Il volto del candidato, infatti, è fotografato in una posa che lascia trasparire il carattere di Porziotta, ossia quello di una persona solare e vicina alla gente. Nella comunicazione politica è molto importante mostrare il volto del candidato per aumentare l’indice di notorietà di quest’ultimo. L’unica weakness di Stefano Porziotta era infatti la popolarità. Nonostante sia molto amato dai suoi concittadini, non era molto conosciuto poiché ha lavorato lontano da Andria per ben 10 anni.

La sua foto spicca anche sul sito internet www.lamiarisposta.it, che risulta lineare, funzionale, multimedia e interattivo. Colpisce il linguaggio utilizzato… semplice, friendly…altro che politichese!

Complessivamente la campagna sembra ben strutturata, utilizza i media vicini ai giovani, il viral marketing ed è realizzata tenendo conto dello scenario e delle caratteristiche del candidato. Conferma tale giudizio il gradimento dimostrato dai numerosi contributi spontanei provenienti dalla cittadinanza.

Ad Andria gli elettori sono davvero protagonisti!

Marina Ripoli

L’analisi del candidato prima dell’inizio della campagnaswotporz

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Comunicazione in Politica: idee e spirito d’iniziativa al “Centro”

Tra le campagne elettorali più discusse del momento, quella dell’UDC è tra le più apprezzate. Comunicazione visiva e testuale si fondono in un messaggio semplice e immediato. La “bandiera ricucita” resta impressa nella mente degli elettori e conquista anche gli sguardi dei critici.
A raccontarci la creazione e le peculiarità di questa campagna è l’Agenzia di comunicazione TOM di Bari. Si tratta di un case history davvero interessante, in quanto è raro che una piccola agenzia del Mezzogiorno riesca ad affacciarsi al livello nazionale di un partito politico senza partire da contatti e/o relazioni preesistenti.

Come siete stati scelti per ideare la campagna di comunicazione per l’Unione di Centro?

“La nostra è stata una sfida – racconta Serena Fortunato, project manager della campagna – Non abbiamo partecipato ad una gara ma ci siamo candidati per presentare la nostra idea, quella che abbiamo ritenuto vincente. E così siamo arrivati a Montecitorio da outsiders. Abbiamo seguito un iter talmente regolare da risultare atipico. La verità è che ha vinto una buona idea, nata, peraltro, senza un brief dettagliato e attuale anche dopo 4 mesi dalla presentazione.
È stata una presentazione suggestiva la nostra: prima di illustrare la campagna abbiamo mostrato senza commenti una bandiera italiana strappata e materialmente ricucita. Credo che in quel caso l’immagine abbia detto più di molte parole e son convinta che abbia subito fatto presa sullo staff UDC. Dobbiamo dare atto al settore Comunicazione dell’UDC di aver accolto la nostra sfida con fiducia, coraggio e senza pregiudizi”.

Come è nata l’idea della campagna?

“Il nostro brainstorming – spiegano l’art director e il copy writer, Claudio Mineccia ed Enrico Olivieri – è partito dalla consapevolezza che si dovesse riposizionare il marchio UDC in uno scenario differente ed eterogeneo. Da ago della bilancia della politica italiana ad ago per ricucire il Paese. Un nuovo ruolo non più statico, ma dinamico e proattivo. In un momento in cui il made in Italy ha perso un posto rilevante nella piramide dei valori dei cittadini, abbiamo cercato di recuperare questo senso di italianità perduta attraverso un key visual in cui tutti potevano riconoscersi, il tricolore. Ma i veri protagonisti del processo di ricucitura del Paese sono gli italiani, in particolare la famiglia, quella con la quale l’UDC deve realizzare questo processo. Per questo il secondo soggetto della campagna ha visto l’evoluzione della bandiera in mani operose attrici di questa azione di nuova unità nazionale.

Oltre ai manifesti quali sono le strategie della campagna? 

“La campagna si basa sulla strategia della coerenza – spiega Serena Fortunato – nella quale noi crediamo moltissimo. Il nostro progetto nasce da un’intuizione, quella del tricolore da ricucire, di un’Italia smembrata da rimettere insieme con l’ago e filo degli italiani. Questa idea è stata declinata nei due visual del primo flight. Nel secondo, invece, al tricolore sono subentrati i 6 candidati presidenti UDC e il Presidente a sostegno delle coalizioni nelle altre 7 regioni. In tutti i casi, sebbene il coordinamento fosse articolato, abbiamo fornito tutti gli strumenti perché la campagna fosse coerente, riconoscibile e dunque memorabile. Abbiamo lavorato per questo, fino alla produzione di un format – senza immagine ed headline – per ciascuno dei candidati di lista di tutte le regioni d’Italia. Abbiamo provato ad evitare sbavature e schegge impazzite dal punto di vista della comunicazione. In più occasioni abbiamo anche suggerito che questo concetto di ago&filo diventasse il leitmotiv di tutta la comunicazione UDC dei prossimi mesi. Intanto a partire dal 1° marzo saranno on air spot radio e video nati dallo stesso concept ma con un’ulteriore ed interessante esplosione”. 

Cosa significa per un’agenzia del Mezzogiorno raggiungere un “cliente” così importante in questo particolare momento?

Per le modalità con cui è avvenuto il contatto – sostiene Franco Liuzzi – direi che è un segnale positivo. Noi usciamo da questa esperienza molto più forti di prima e decisamente più consapevoli delle nostre capacità. Ma soprattutto abbiamo imparato che occorre avere fiducia nei propri mezzi, nelle proprie idee e giungere a sfidare il mercato fino a presentarsi dall’interlocutore per giocarsi una partita. Ammetto che nel Mezzogiorno questo non è semplice. Ma chi sa e vuole fare questo mestiere deve essere pronto a cimentarsi con organizzazioni complesse. La Tom è giunta all’UDC dopo aver studiato la sua comunicazione, dopo aver cercato di interpretare l’orientamento del partito, dopo aver compreso il suo posizionamento, dopo aver letto documenti e dossier. La nostra candidatura insomma è stata un progetto completo su cui abbiamo investito tempo e risorse. Ed i risultati ci hanno dato ragione”.

Vi siete già occupati di comunicazione politica in passato? Pensate di continuare ad occuparvene in futuro?

“Non siamo esordienti in questa area ma certo mai avevamo operato per un partito italiano, per un territorio così vasto. Sulla comunicazione politica – prosegue Liuzzi – in verità abbiamo costruito un “approccio” integrato dalle competenze di altri colleghi (sondaggi e web tv). Perché pensiamo che oggi vi sia una nuova consapevolezza dell’opportunità che può offrire una buona campagna di comunicazione ad un candidato (e soprattutto ad un neocandidato). Ed anche ad un partito. Perché la generazione di un format unico può evitare dispersioni e facilitare l’affermazione di un brand. Quindi continueremo a farlo sicuramente, sperando di poter essere utili soprattutto suggerendo di ricorrere a media diversi dall’advertising”.

Qual è il vostro giudizio sulla comunicazione politica in Italia?

“Francamente mi è parsa una campagna un po’ fiacca. Credo che spesso abbia prevalso il diktat del partito e che i nostri colleghi abbiano dovuto limitare il loro apporto. In generale mi pare di intuire che sia stato difficile prescindere dalla “faccia”. Mi chiedo però se un volto ed uno slogan siano l’unica risposta possibile all’impegno di proporre un progetto di governo del Paese. Quando poi prevale l’estro del candidato, allora è veramente difficile tenere la barra della comunicazione. E poi, comunque sopravvive una tendenza a privilegiare i media classici. Gli investimenti sono tutti ancora sbilanciati sull’advertising e ci si rivolge alla comunicazione ancora fuori tempo massimo. In questo modo credo che si perda l’opportunità di accreditare un progetto, una lista o un candidato”.

Ritenete che nei prossimi anni sarà un’opportunità di business per i professionisti della comunicazione e del marketing?

“La nostra valutazione è positiva. Non si tratta certo di specializzarsi ma di maturare una scelta di management che punti a prestare la giusta attenzione ad un ambito che riteniamo sia in evoluzione. Ovviamente, dopo aver maturato una scelta consapevole, occorre prepararsi, studiare, testare applicazioni, analizzare e costruire un piano di interventi-base da poter modellare in funzione delle esigenze. L’opportunità esiste. E va colta”.

(Intervista a cura di Marina Ripoli)

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Il Design nella comunicazione politica: il caso Vendola

Cosa rende un manifesto elettorale innovativo e allo stesso tempo attraente? E’ la domanda che sorge spontanea di fronte ai manifesti “diversi” di Nichi Vendola. La risposta, o meglio il segreto, lo hanno rivelato nella nostra newsletter i tre giovani esperti di design dello studio pugliese FF3300 che collaborano alla creazione della campagna del candidato presidente: Alessandro Tartaglia, Carlotta Latessa e Nicolò Loprieno.

Le campagne di Vendola e del PD sono curate dalla stessa agenzia di comunicazione. Il risultato, però, è evidentemente diverso. Cos’è che fa la differenza? E qual è il vostro ruolo?

Premessa: noi non partecipiamo al progetto della campagna PD, quindi possiamo parlare di quella che stiamo curando per Nichi.
Nessun candidato in Italia ha mai avuto la lungimiranza di Nichi Vendola circa la comunicazione (e la sua apertura mentale, probabilmente).
Sebbene i più credano che le campagne politiche siano il frutto di un lavoro d’agenzia, questa campagna sperimenta nuove alchimie progettuali.
Su questo concept l’agenzia Proforma ha curato i contenuti, il copy, e la strategia.
FF3300, insieme a Carla Palladino (una forza esterna allo studio, ma con la quale lavoriamo spesso) ha invece curato il “design della comunicazione”.
Quando parliamo di design intendo dire che abbiamo progettato il sistema di icone, con il quale sono stati “sintetizzati” i concetti chiave; abbiamo scritto un programma (con un linguaggio java-derivato) per trasformare l’immagine fotografica di Vendola in un ritratto composto dalle icone delle sue politiche; abbiamo studiato una gamma cromatica che potesse “accompagnare con leggerezza” lo sguardo del cittadino, e soprattutto, abbiamo stravolto l’usuale stereotipo delle campagne politiche, mettendo al centro della comunicazione la realtà, i fatti, l’informazione (e non le promesse, i punti di vista, e il populismo).
Direi che abbiamo fatto tesoro dell’esperienza Obama, reinterpretandola in chiave “locale”.

Ritenete dunque che questo sia un punto di forza per la campagna di Vendola?

Se c’è un buon messaggio, basta comunicarlo con onestà e semplicità. In questo caso il lavoro che viene svolto dai noi progettisti è semplificato dalla grande esperienza di chi cura testi e contenuti, e quindi più che in altre occasioni per noi è possibile investire energie e risorse nello sviluppo di un visual vincente.

In che termini le due agenzie collaborano per costruire la campagna? Quali sono le fasi che portano alla combinazione delle strategie con il “messaggio” e la parte visiva di quest’ultimo?

Noi per fortuna o sfortuna, non siamo un’agenzia, ma un piccolo studio di tre designer, che lavora quasi artigianalmente sulle immagini. Ciò significa che per noi, a differenza che per le grandi agenzie, il messaggio è l’immagine che lo comunica, sono la stessa cosa.
Proforma in questo ci è venuta incontro, permettendoci di trasferire questo modello semiotico anche nella comunicazione politica.
La sintesi di un’esperienza pluriennale sui testi, coniugata con la semplicità e l’immediatezza di codici linguistici ampiamente condivisi, come lo sono le icone, permettono la comprensione del messaggio ad una fascia di utenti maggiore.

Qual è il valore aggiunto del design nella comunicazione e in particolare nella comunicazione politica?

Riteniamo che i partiti politici italiani abbiano tutti un grande problema di comunicazione.
Si muovono su schemi semantici obsoleti, ignorano i social network, e non hanno la minima cura della propria immagine pubblica.
Mi viene in mente quello che ci disse Vendola quando vide i primi manifesti della Fabbrica di Nichi, quelli cuciti a mano, di stoffa: “mi avete portato fuori dalla terza internazionale” disse.

Il design nella comunicazione politica è una pratica poco diffusa in Italia. Perché?

Da sempre in Italia le Agenzie Pubblicitarie hanno imposto una sorta di “orientamento” al mercato, basato sulla quantità al posto della qualità.
A nostro parere, purtroppo, non serve studiare cinque anni per progettare la maggior parte delle campagne politiche in circolazione (probabilmente per noncuranza di chi le commissiona, o per scarsa educazione alla “buona comunicazione” oltre che alla “buona politica”).
Bisogna dare credito, valorizzare la cultura e i giovani che approfondiscono lo studio della comunicazione.
Non possiamo credere che Obama sia un caso, il mondo si trasforma e bisogna capire come poter essere uomini del proprio tempo, bisogna sentire lo spirito del tempo.

Dalle vostre esperienze, quanta responsabilità ha il politico nella scelta di ricorrere al design per la sua campagna? In poche parole, l’utilizzo del design nella comunicazione politica è direttamente proporzionale al grado di innovatività del candidato e del suo staff?

Vendola non è un politico come gli altri, e lo sta dimostrando.
La Puglia è un posto migliore, per questo c’è tanta mobilitazione.
Il fiorire della cultura, delle capacità progettuali diffuse, senza dubbio facilita il cammino di chi promuove la qualità. Nel nostro caso l’invito a partecipare a questo progetto è arrivato in seguito alla visibilità che avevamo avuto curando la comunicazione di un importante festival di teatro internazionale. Come diceva Munari, da cosa nasce cosa, ma per iniziare questa spirale, c’è bisogno di una grande volontà di innovazione.

Cosa avviene invece all’estero?

Il modello Obama, i social network, la semplificazione, e lo studio delle gerarchie delle informazioni sono solo alcuni degli spunti da cui abbiamo attinto.
Spesso non bisogna guardare a cosa fanno gli altri, basta fermarsi a riflettere su come andrebbero fatte le cose, se fossimo alla prima volta.

Quali sono le vostre attese e le vostre previsioni?

Non facciamo previsioni, non siamo astrologi, posso solo dire che noi la nostra battaglia la stiamo giocando al meglio delle nostre possibilità, stiamo cercando di cambiare il modo di fare la comunicazione politica in Italia.

(Intervista a cura di Marina Ripoli)

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Tra semiotica e poesia: i manifesti di Nichi


I manifesti politici rischiano ormai di essere banali e poco coinvolgenti. Non è il caso dei manifesti del candidato alle elezioni regionali pugliesi, che considerata la forza del brand image Nichi Vendola, avrebbe potuto evitare un ulteriore sforzo comunicativo per questa sfida elettorale. Infatti, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, quanto più forte è il “prodotto”, e quindi la sua notorietà, tanto maggiore deve essere lo sforzo pubblicitario per mantenere il posizionamento e costruire nuovo valore. Non è semplice creare ogni volta, ad ogni campagna, l’ennesima “variazione sul tema”, cioè una nuova occorrenza del brand Vendola. L’attuale campagna risulta molto interessante perché mette in gioco una curiosa dicotomia tra un livello di lettura apparentemente immediato e un livello testuale più complesso.

Icone: Ciò che si percepisce subito è la parte iconica del manifesto. “Diversamente” dai tradizionali manifesti, non ci sono foto, né ritratti del candidato, ma semplicissime icone in alto a sinistra e sullo sfondo in trasparenza. Le icone (dal greco eikón “immagine”), secondo la terminologia semiotica, sono segni motivati analogicamente/intenzionali, ossia basati sulla similarità di forma o struttura e sulla riproduzione delle proprietà dell’oggetto designato. Le icone dei manifesti, però, diventano un interpretante simbolico degli ambiti d’intervento dell’Amministrazione Vendola negli ultimi 5 anni (sole=energia; lampadina=giovani talenti).

Abbiamo già detto che le icone sono poste in alto a sinistra nello spazio del manifesto. Ciò significa che secondo la legge della percezione l’osservatore vede prima l’icona e, successivamente, completa la lettura del messaggio spostando lo sguardo verso destra e verso il basso. Ciò implica che la funzione simbolica svolta dalle icone viene chiarita attraverso la headline poetica e completata con il body copy informativo (es. -20% perdite). I tre elementi raggiungono la loro sintesi nel nome Vendola e nello slogan “La poesia è nei fatti”. Il percorso percettivo si conclude con la messa a fuoco dello sfondo a tinta unita tappezzato dalle iconcine progettate per la campagna. I colori sono freschi, solari, le forme arrotondate, dolci.

Poesia: Il noto modello della comunicazione di Jakobson illustra la funzione poetica come la valorizzazione delle risorse linguistiche utilizzate per potenziare il significato di un messaggio. In altri termini anche uno slogan pubblicitario svolge una funzione “poetica”, se per questo intendiamo l’atto di attribuire un valore connotativo ad un discorso puramente funzionale. E qui la connotazione la fa da padrone: i versi ottonari delle filastrocche, le rime baciate e/o alternate, assonanze e consonanze, serio e faceto.

Un messaggio articolato dunque, eppure dall’impatto semplice e immediato. “Vendola in questi 5 anni si è occupato della Puglia, ne ha avuto cura, ci ha messo il cuore e ha risposto alle istanze della regione con i Fatti…altro che poeta!?!”… L’elettore non percepisce in maniera invasiva questi manifesti, li accoglie con un sorriso e allo stesso tempo incamera le informazioni necessarie per prepararsi al voto.

Complimenti agli ideatori della campagna, che con astuzia hanno saputo giocare sul candidate concept e soprattutto su ciò che si dice contro il candidato. Trasformare le minacce in opportunità è l’asso nella manica di una strategia vincente.

Con i suoi manifesti
Nichi evita i pretesti
Con la poesia e la ragione
Nichi torna alla Regione.

Marina Ripoli

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