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In Toscana la consulenza politica è realtà

Esplorando il sito web di Enrico Rossi (www.enricorossipresidente.it) e dando un’occhiata ai materiali di comunicazione della campagna elettorale si rimane colpiti dalla possibilità di consultare integralmente on-line la copy strategy della campagna. Una scelta innovativa e degna di nota, assolutamente in linea con il complesso delle azioni promosse sul web dal candidato alla presidenza della Regione Toscana per il centrosinistra. Di qui il nostro interesse a fare una chiacchierata con chi ha curato la campagna on-line di Enrico Rossi: Antonio Sofi, consulente politico, blogger, esperto di giornalismo e nuovi media, classe 1975.

Partiamo proprio dalla copy strategy. Com’è nata l’idea di metterla on-line?
Io girerei la domanda: perché non la mettono tutti on-line? Alla comunicazione politica farebbe un gran bene provare a uscire dai fumosi antri sacerdotali e diventare un gioco a carte scoperte. Una sfida trasparente, sulle idee e sulle strategie messe in atto per raccontare queste idee ai cittadini. E d’altronde diventerà sempre più inevitabile. Il campo da gioco in cui trova luogo la sfida politica è sempre più sotto gli occhi di tutti: anche grazie ai nuovi media. Le cortine fumogene non pagano più e rischiano di ritorcersi contro a chi le usa. Sbaglia chi crede che i cittadini non sappiano leggere azioni e comportamenti (anche comunicativi) degli attori politici. Il documento di copy strategy disponibile on-line è in sé una cosa piccola, ma anche un gesto voluto che racconta di una intenzione di condivisione e di apertura verso tutti gli interlocutori.

Veniamo ora al vostro “esperimento collaborativo di costruzione dell’agenda”: “La Toscana che voglio”. Com’è nata l’idea? Quali i feedback ricevuti ad oggi?
“La Toscana che voglio” è dichiaratamente un esperimento. Una vera e propria beta, nella logica vera delle cose di Internet. L’idea è sempre la stessa, ostinatamente riprodotta in tutte le salse: cercare di aprire, aprire, aprire. In questo caso la domanda era: qual è la Toscana che le persone vogliono? Apriamo più canali affinché lo possano dire, e affinché noi possiamo capirlo. E infatti lo abbiamo chiesto tramite il sito “La Toscana che voglio”, attraverso il profilo pubblico di Facebook che ha funzionato da “collettore” di contributi, grazie alle interviste video fatte da noi a personaggi noti oppure in giro per il territorio. I feedback sono stati molto confortanti e positivi: ci ha fatto piacere leggere di chi ha fatto un giro su “La Toscana che voglio” e vi ha trovato una boccata di aria fresca e di voce genuina. Era quello che volevamo.

Hai introdotto un tema importante: la comunicazione attraverso Facebook. Al momento, secondo il sito “Regionali su Facebook”, sviluppato da “SeoLab”, la percentuale di popolarità di Enrico Rossi sarebbe dell’84%. Un ottimo indice di popolarità, dunque, che senz’altro deriva dalla forte impronta “social” data alla campagna (le pagine Facebook ufficiali sono infatti ben 3 – Enrico Rossi Presidente, La Toscana Avanti Tutta, La Toscana che voglio – e tutte vanno nella direzione del marketing relazionale). Quanto sono utili i social network ai fini della conquista, ma anche e soprattutto del mantenimento, del consenso politico?
Non parlerei di marketing, non parlerei di conquista. Parlerei di partecipazione. Tutti gli strumenti on-line hanno cercato di attivare partecipazione, pur con tutti i limiti degli strumenti e della realizzazione – che è sempre perfettibile. E addirittura provocatoriamente non parlerei nemmeno di utilità in senso stretto. Direi che questi strumenti sono e saranno sempre più un elemento imprescindibile – e non solo di una campagna comunicativa ma dell’azione politica anche nei momenti di pace elettorale. Una campagna politica senza Internet è ormai, e sarà sempre più, come uscire di casa senza pantaloni. Il punto semmai è che spesso i social media vengono guidati con il freno a mano tirato e non riescono a decollare. Bisogna avere più coraggio, e capire che non basta avere un profilo su Facebook per saper gestire in modo integrato una campagna elettorale online.

Una domanda provocatoria: la Toscana è notoriamente una regione “rossa”, nella quale la vittoria del centrosinistra è altamente probabile. Vale la pena fare una forte comunicazione politica? Se sì, in che modo e con quali scopi? Quali sono i target della vostra comunicazione?
Beh, la verità è che gli unici risultati elettorali sicuri sono quelli confermati il giorno dopo le elezioni. E la comunicazione politica non può e non deve essere uno strumento legato univocamente alla vittoria, o alla sovversione del pronostico di partenza. Vale sempre la pena fare una forte comunicazione politica – se non si riduce l’idea di comunicazione a quella di mera propaganda. E poi c’è un discorso di “aspettative”, on-line ma non solo: ci si aspetta che, all’interno di un momento elettorale, ci si racconti, ci si confronti anche in modo aspro, si ascoltino gli altri, si apra uno spazio di dibattito e di attenzione su temi, persone, politiche.

“Io penso che il pubblicitario d’assalto che confeziona lo spot o il manifesto efficace serva, ma venga dopo – e non possa sostituire – un lavoro sui contenuti. E per fare questo il consulente deve essere a sua volta un ‘politico’, cioè deve avere una storia di passione e partecipazione politica. E’ questa la differenza tra noi e i pubblicitari, per i quali il politico è solo un prodotto da vendere (legittimamente, dal loro punto di vista)”. Quanto ti ritrovi in questa affermazione?
Mi sembra che colga un punto. Anzi il punto centrale. Le idee non sono equivalenti (anche comunicativamente) alle specifiche di un prodotto.

Qual è, infine, il tuo giudizio sull’attuale stato della professione del consulente politico in Italia?
C’è molto da fare. Per uscire da una “zona grigia” in cui prosperano professionisti che vendono gli assi nella manica e le soluzioni facili e a buon mercato. C’è molto da fare per raccontare la complessità di un lavoro che non può essere fatto nelle ultime settimane, con il treno in corsa, o con la bacchetta magica. Prima c’è la persona, le sue idee, la sua storia, i suoi contenuti: la comunicazione spesso non deve fare altro che mettere in fila queste cose e comporre una orchestra di strumenti che suoni al meglio la melodia che il candidato fischietta tra sé.

(Intervista a cura di Valentina Di Leo)

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La strategia Velardi

Cosa succede quando uno spin doctor decide di lavorare per due schieramenti differenti? Potrebbe accadergli di confondersi? Scambiare le carte (o i colori)? Velardi per le Regionali 2010 lo fa a posta! 

  

Claudio Velardi è ad oggi consulente politico di Vincenzo De Luca, candidato del centrosinistra in Campania, e di Renata Polverini, candidata del centrodestra nel Lazio. Lo spin doctor campano punta tutto sulla trasversalità dei suoi due candidati e sulla loro capacità di attrarre consensi sia da destra che da sinistra. Per questo motivo veste prima di rosso la Polverini, attirando polemiche su polemiche, e poi immerge nel blu De Luca, invertendo di fatto gli universi culturali e ideologici delle due organizzazioni politiche avverse. Ma non basta, cancella i simboli di partito dalla linea grafica di manifesti, sito web, materiale di propaganda e investe sulle personalità dei candidati e sulle loro storie.

In realtà, Velardi non fa altro che guardare a fondo il suo contesto d’intervento, ovvero il mercato elettorale in cui va ad operare. La Campania e il Lazio si presentano, infatti, come due regioni dove la fiducia verso la politica e i partiti è al limite (scandalo rifiuti, caso Marrazzo, etc.), delusione e incertezza la fanno da padrone, e di conseguenza i simboli e le ideologie si sciolgono sotto le pressioni dello scetticismo. È noto che in tali contesti gli unici ad emergere sono i cosiddetti meneur de foule, i leader carismatici, ed è ovvio che lo spin doctor abbia ben pensato di seguire la scia della leaderizzazione come soluzione alla confusione tra destra e sinistra, oramai non più portatrici di differenze sostanziali. L’obiettivo, quindi, non è confondere le idee degli elettori, ma chiarire loro le caratteristiche dei candidati “al di là dei partiti” (così recitano esplicitamente i manifesti di Vincenzo De Luca). Cambiano le categorie, dunque. Non l’individualismo del centrodestra, ma la solidarietà dell’universo sindacale, non la tradizione del centrosinistra, ma il decisionismo risolutore del buon amministratore. 

Velardi è probabilmente convinto che non sarebbero bastate delle campagne tradizionali di partito e/o di coalizione per far affermare i suoi candidati. Lo spin doctor decide di tentare la strada più ardua, ma forse l’unica possibile, poiché la vera minaccia è proprio la brand awareness, soprattutto se si guarda al caso campano, dove le possibilità di vittoria del centro sinistra inizialmente erano praticamente nulle.

Rimarcare la distanza con la nomenklatura politica lasciando cadere ogni riferimento agli schieramenti di appartenenza. Ecco l’obiettivo di un’operazione strategica difficile, un’operazione di management simbolico sulla costruzione dell’immagine dei candidati nella mente degli elettori. Naturalmente un consulente incide prima di tutto sui simboli, sul linguaggio, sui rituali, in quanto, essi determinano gli universi culturali delle organizzazioni. 

Tutte le organizzazioni sono intrise di cultura, ma i partiti ancora di più sono frutto della storia politico-culturale di una società, delle sue esigenze, dei suoi bisogni. Essi rappresentano identità specifiche e valori profondi, rappresentano la weltanschauung di intere comunità. Ma come afferma Schumpeter «un partito non può essere definito per i suoi principî». Secondo l’economista austriaco «un partito è un gruppo i cui membri si propongono di agire in accordo dentro la lotta competitiva per il potere politico»[1]. E in una società liquida, purtroppo, sono le logiche competitive a prevalere, e simboli di partito diventano talmente “liquidi” da scomparire

Così Velardi rompe le righe e scompagina i codici simbolici della politica italiana, l’attribuzione dei colori come espressioni culturali degli schieramenti. Gli unici rimasti a difesa della separazione tra destra e sinistra. Per fare una citazione gaberiana, è come se dicessimo che la mortadella ora è di destra e che il culatello è diventato di sinistra! 

Forse alcune regole non andrebbero violate, ma in nome della competizione elettorale e delle necessità strategiche contingenti tutto è possibile. Eppure, lasciatemi passare quest’ultima citazione… 

“Ideologia, malgrado tutto, credo ancora che ci sia.
 È la passione, l’ossessione della tua diversità,
 che al momento dov’è andata non si sa”
(Destra Sinistra, Giorgio Gaber) 

Marina Ripoli


[1] SCHUMPETER J.A. (1995), Capitalismo, socialismo, democrazia, Milano, Edizioni di Comunità, p. 269.

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