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Media politica: dal silenzio dei talk all’abbandono del web

Avevate sentito la mancanza dei nostri talk show politici? Ebbene, dopo le elezioni regionali sono ritornati più forti di prima. Annozero torna con ben 5 milioni 159 mila spettatori (21,88%), Ballarò con il caso Visco-Speciale raccoglie 3 milioni 840 mila spettatori (16,55%).

Le “trasmissioni pollaio”, oramai nuovi arbitri della comunicazione politica, sono state infatti interrotte per ben 4 settimane. Un mese di silenzio per i programmi televisivi di approfondimento legato al varo del regolamento sulla par condicio da parte della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Insomma, niente Porta a Porta, niente Ballarò, niente Annozero, messi in quarantena pur di non correre il rischio di influenzare la campagna elettorale per le Regionali.

Ma la squadra di Santoro si ribella… s’inventa Raiperunanotte e raccoglie dieci milioni di contatti per il sito creato apposta per la manifestazione; più di 3 milioni e mezzo di spettatori medi in tv e ascolti televisivi intorno al 13% con uno spostamento del pubblico di Sky pari al 6%; oltre 300 mila connessioni simultanee sul web ai siti che seguivano l’evento in diretta. Neanche Mentana si arrende al silenzio televisivo e lancia una rubrica sul sito del Corriere, Mentana Condicio. Niente faccia a faccia in Tv? Bene… perché non sul web?

Santoro analizza il significato della sua manifestazione a Bologna e afferma: «Il pubblico esiste e continua a esistere anche quando un programma viene spento. Ieri gli abbonati si sono costituiti in soggetti che vogliono scegliere cosa vedere». Soggetti elettori lontani dalle sezioni, dai circoli di partito, che leggono poco i giornali e desiderano informarsi attraverso i media. D’altronde, già nel lontano 1901, Gabriel Tarde parlava della trasformazione delle folle – intese come soggetti politici – in pubblici[1]. Il sociologo e filosofo francese affermava ciò osservando le trasformazioni verificatesi con l’avvento dei mezzi di comunicazione.  Anticipava, quindi, molti dei saggi e degli studi sulla comunicazione mediata e, quindi, sulla comunicazione politica degli anni successivi.

La scelta di porre un veto sull’informazione libera televisiva durante queste ultime elezioni, ha palesato ancor di più l’importanza che hanno i media oggi, la loro centralità nell’arena politica come sede di svolgimento di molti fatti della vita pubblica e internazionale, come percorso privilegiato per ottenere visibilità pubblica e notorietà; ma anche come fonte di definizione e di diffusione dei significati della realtà sociale e quindi come strumento di influenza e di innovazione nella società. Ciò di cui non si è tenuto conto è che anche il web e i new media in generale rivestono un ruolo centrale crescente nella comunicazione politica. Tale funzione è stata poi ulteriormente potenziata con il regolamento sulla par condicio di queste elezioni, creando difatti uno spazio non regolamentato… libero, ma che lascia fuori dall’informazione i target meno avvezzi all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Così, piazze televisive, piazze sul web… sono in effetti i nuovi luoghi della politica; le percentuali di ascolti, di contatti, i linguaggi dei social network e dei blog… sono le nuove frontiere della comunicazione politica. Anche Berlusconi, che ha sempre presidiato il regno televisivo, sbarca su Facebook riconoscendone di fatto forza e potenzialità.

Certamente in Italia siamo lontani dal dibattito digitale del Regno Unito, Democracy UK on Facebook. La maggior parte dei politici italiani utilizzano i social network come mezzo di propaganda e lo dimostra il tasso di abbandono registrato su Facebook e Twitter. Molti politici, infatti, hanno finto un interesse per questi nuovi mezzi di comunicazione, accostandosi ad essi con approcci top-down, ovvero utilizzandoli solo per informare i propri “followers” e non per relazionarsi con loro, per ottenere dei feedback utili alla definizione delle proprie politiche. Il web e i social network sono strumenti orizzontali e non espressione di una visione gerarchica, dove i cittadini/utenti assistono passivi ai twitts propagandistici dei politici di riferimento. Lo ha capito Vendola, ma anche Enrico Rossi con le pagine d’ascolto Le fabbriche di Nichi” e “la Toscana che voglio”[2]… non lo ha capito per niente Cota che ha lasciato – senza alcuna moderazione – la sua pagina facebook in preda a orde di commenti scaturiti dalla sua dichiarazione sulla pillola abortiva… ma gli esempi negativi sono numerosi. Sono pochi, invece, gli esempi di chi ha continuato ad avere un rapporto con i sostenitori del web. È il caso di Vincenzo De Luca che, dopo la sconfitta, dimostra – con la comunicazione –di voler continuare il suo impegno anche dopo le elezioni. Pubblica foto, messaggi ad hoc per ogni provincia, chiede aiuto al popolo del web per continuare ad accrescere la rete che li unisce e per avere maggior sostegno nelle battaglie che li attenderanno.  

Naturalmente non è il politico che scrive direttamente sul suo “wall”. A gestire web e social network ci dovrebbero essere persone incaricate che si occupano della comunicazione e della moderazione seguendo linee guida ben congeniate. Ci dovrebbero essere staff e strategie di comunicazione adeguate ex ante, in itinere ed ex post. Tutto questo è ancora raro e al silenzio dei talk show televisivi durante le elezioni si è aggiunto quello dei politici sul web dopo il voto.

Marina Ripoli


[1] Gabriel Tarde enunciava tale teoria nel suo libro L’opinion et la foule (1901).
[2] Per approfondire leggi l’intervista di Spinning News allo spin doctor di Enrico Rossi.

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La poesia della vittoria!

Vince l’epica e la narrazione di Vendola nel Laboratorio Puglia. Vittorioso alle primarie, il poeta di Terlizzi è riconfermato alla Regione. Un politico che viene osannato per la sua leadership carismatica, risorsa scarsa nell’attuale quadro politico, soprattutto di centrosinistra.

Negli ultimi decenni, a causa della de-ideologizzazione e del diverso rapporto dei partiti con i propri membri e con le istituzioni, le leadership di partito hanno distribuito benefici alla membership di tipo soprattutto selettivo e materiale (un ‘posto’, una promozione, un contratto, una agevolazione, una onorificenza e così via), riducendo la funzione dei benefici collettivi e simbolici. Come afferma Piero Ignazi, i partiti hanno vissuto «uno spostamento del baricentro […] da agenzia prioritariamente produttrice e distributrice di simboli e di obiettivi generali ad accaparratrice e distributrice di beni e benefici selettivi […] congruente con l’allentamento dell’identificazione ideale e simbolica dovuto alla secolarizzazione della politica»[1].

Nel caso Puglia, Palese (e quindi Fitto), la Poli Bortone e buona parte del centrosinistra pugliese, sono rappresentativi di un sistema di consenso basato sulla “distribuzione di beni e benefici selettivi”. È il motivo per cui prevale Vendola che, al contrario, rappresenta uno stile di leadership non solo volta all’amministrazione, ma anche alla gestione di miti, simboli ed immagini, che rende significativa e ragionevole la sua proposta politica agli occhi degli elettori.

La vittoria di Vendola è l’emblema di una spinta al cambiamento della fisiologia dei partiti politici, un funzionamento che oramai risponde a sindromi autodistruttive e a circoli viziosi di clientelismo.

La spinta è soprattutto giovane e si muove principalmente sul web (vd. Il Cantiere dell’Alternativa). L’obiettivo? Esportare il modello delle Fabbriche di Nichi, diffondere il “metodo”, far rivivere “la poesia della politica”.

Marina Ripoli

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[1] IGNAZI P., Il puzzle dei partiti: più forti e più aperti meno attraenti e meno legittimi, «Rivista italiana di scienza politica», Anno XXXIV, n.3, dicembre 2004, p. 335.

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Quando i candidati “ci mettono la faccia”

Cosa c’è di peggio per gli elettori se non quell’ondata smisurata di manifesti e di foto sfocate, sorrisi finti e pose statiche? Beh, ci sarebbero le “liste pasticcio”, ma ironie a parte, se ragioniamo in termini di comunicazione politica la rappresentazione del volto del candidato, e quindi l’importanza della fotografia nella costruzione dell’immagine del politico, è spesso trascurata.

Anche se nel post Obama sono emersi tentativi d’innovazione in questo campo (vd. ad esempio i mosaici di foto di Formigoni o di icone di Vendola), è sotto gli occhi di tutti la poca professionalità che spesso si nasconde dietro la scelta della foto che dovrà rappresentare il candidato per tutta la campagna elettorale. Gli errori che si evidenziano non sono solo da attribuire alla bassa qualità della fotografia, ma anche alla poca coerenza tra slogan e ritratto. In quest’ultimo caso, infatti, vi può essere sia una sfasatura, in termini di significato, tra il messaggio comunicato dallo slogan e quello trasmesso dalla foto, sia un effetto disarmonico nel layout complessivo del manifesto.

In un manifesto pubblicitario, difatti, esistono due categorie di segni: il testo e il visual. Generalmente, nello spazio dell’affissione, l’immagine riveste la funzione di vera coprotagonista dell’headline. E, a meno che non si punti su una comunicazione di tipo ironico, è importante che lo slogan entri in relazione di accordo, e non di contrasto, con la parte visual del messaggio.

In comunicazione politica è la “faccia” del candidato, il visual più accreditato. Nell’outdoor e nel media advertising diffondere l’immagine del volto del candidato è fondamentale per influenzare l’effetto mnemonico e aumentare l’indice di notorietà del politico. L’elettore vuole sapere chi c’è dietro un nome; sa che è difficile al giorno d’oggi avere un contatto diretto con i candidati, e quindi vuole almeno conoscerne il volto, scorgere nelle fattezze di un viso, di uno sguardo, di una postura, se si tratta di una persona di cui potersi fidare. La valutazione dell’elettore si basa, quindi, anche su un piano emotivo-simbolico e, oltre ai programmi e alle promesse, ciò che trasmette il volto del candidato contribuisce alla maturazione della scelta di voto.

Nella campagna UDC, ad esempio, è stato dato molto peso all’immagine dei candidati, anche in termini di qualità della fotografia, di coerenza della posa rispetto all’headline, di pulizia dell’immagine e attenzione ai dettagli. Saverio Scattarelli, il giovane fotografo pugliese che, tra Roma, Bari e Milano, ha scattato le foto dei candidati dell’Unione di Centro, ha dichiarato che le parole d’ordine sono state semplicità e spontaneità. Scattarelli, parla di scatti naturali, non ritoccati, nessuna posa finta, nessun ricorso al trucco. Tutti i candidati presidenti sono stati fotografati seguendo delle linee guida comuni. Tutte le foto ad esempio, hanno la stessa uniformità dell’illuminazione. Ciò fa sì che ci sia coerenza anche con la campagna nazionale.
Scattarelli sottolinea che è stato importante rendere partecipi i candidati nella scelta della foto. Essi, infatti, non solo hanno scelto l’abbigliamento da indossare (tra un cambio sportivo e uno elegante), ma hanno potuto anche scegliere la foto per la loro campagna. «L’obiettivo è stato quello di catturare le loro espressioni reali» e quale miglior giudice di loro stessi?
«Adriana Poli Bortone ha scelto la sua foto commentando che in questo ritratto riconosce il suo vero atteggiamento di sfida», importante in una competizione difficile come quella pugliese.

Interessante anche la fotografia di Gianni Troilo per la campagna PD curata da Proforma, sia per la buona qualità che per l’“effetto sgomento”! La foto migliore? Quella di Bersani! Sorriso accennato, sguardo laterale tipico della comunicazione seduttiva.
Si tratta del primissimo piano del mezzo busto comparso nella sua campagna di comunicazione per le primarie di ottobre 2009.

Da segnalare anche la scelta delle angolazioni, che se nel cinema sono funzione di un significato narrativo e concettuale, nella comunicazione politica sono l’espressione e il completamento del messaggio principale. 

Emblematica la foto dal basso verso l’alto che ritrae Vasco Errani candidato per la terza volta presidente della Regione Emilia Romagna. Come per le inquadrature di Orson Welles in Quarto Potere, questo tipo di angolazione è utilizzata per rappresentare potere e grandezza.
Diversamente dal “Citizen Kane romagnolo”, Stefano Porziotta, uno dei candidati sindaco di Andria si fa fotografare con la testa inclinata, lo sguardo sorridente, l’abbigliamento sportivo e dall’alto verso il basso. Tecnica, quest’ultima, per nulla consueta nelle strategie di comunicazione politica. L’obiettivo è ovviamente rappresentare un candidato scelto “dal basso” espressione delle esigenze dei cittadini.

Ma attenzione, c’è anche chi crede, in sintonia con una certa strategia di comunicazione politica, che una foto non sia sufficiente ad attrarre l’attenzione degli elettori, soprattutto se si tratta di target giovanissimi e difficili da avvicinare alla politica. E’ il caso della 21enne candidata tra le fila PD per le regionali in Campania, Rosaria Esposito. A comunicare il suo messaggio è il suo alter ego fumettato, una simpatica caricatura sorridente ed incisiva declinata in 8 diverse vignette in cui la candidata comunica, in modo pungente e sarcastico, la sua opinione sulle tematiche della campagna (donne in politica, nucleare, camorra, rinnovamento generazionale). Il visual spiritoso, in sintonia con l’headline “Solo per chi ha voglia di cambiare”, è la creative idea di questa campagna fresca, innovativa e particolarmente orientata al web.

Marina Ripoli

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Il Design nella comunicazione politica: il caso Vendola

Cosa rende un manifesto elettorale innovativo e allo stesso tempo attraente? E’ la domanda che sorge spontanea di fronte ai manifesti “diversi” di Nichi Vendola. La risposta, o meglio il segreto, lo hanno rivelato nella nostra newsletter i tre giovani esperti di design dello studio pugliese FF3300 che collaborano alla creazione della campagna del candidato presidente: Alessandro Tartaglia, Carlotta Latessa e Nicolò Loprieno.

Le campagne di Vendola e del PD sono curate dalla stessa agenzia di comunicazione. Il risultato, però, è evidentemente diverso. Cos’è che fa la differenza? E qual è il vostro ruolo?

Premessa: noi non partecipiamo al progetto della campagna PD, quindi possiamo parlare di quella che stiamo curando per Nichi.
Nessun candidato in Italia ha mai avuto la lungimiranza di Nichi Vendola circa la comunicazione (e la sua apertura mentale, probabilmente).
Sebbene i più credano che le campagne politiche siano il frutto di un lavoro d’agenzia, questa campagna sperimenta nuove alchimie progettuali.
Su questo concept l’agenzia Proforma ha curato i contenuti, il copy, e la strategia.
FF3300, insieme a Carla Palladino (una forza esterna allo studio, ma con la quale lavoriamo spesso) ha invece curato il “design della comunicazione”.
Quando parliamo di design intendo dire che abbiamo progettato il sistema di icone, con il quale sono stati “sintetizzati” i concetti chiave; abbiamo scritto un programma (con un linguaggio java-derivato) per trasformare l’immagine fotografica di Vendola in un ritratto composto dalle icone delle sue politiche; abbiamo studiato una gamma cromatica che potesse “accompagnare con leggerezza” lo sguardo del cittadino, e soprattutto, abbiamo stravolto l’usuale stereotipo delle campagne politiche, mettendo al centro della comunicazione la realtà, i fatti, l’informazione (e non le promesse, i punti di vista, e il populismo).
Direi che abbiamo fatto tesoro dell’esperienza Obama, reinterpretandola in chiave “locale”.

Ritenete dunque che questo sia un punto di forza per la campagna di Vendola?

Se c’è un buon messaggio, basta comunicarlo con onestà e semplicità. In questo caso il lavoro che viene svolto dai noi progettisti è semplificato dalla grande esperienza di chi cura testi e contenuti, e quindi più che in altre occasioni per noi è possibile investire energie e risorse nello sviluppo di un visual vincente.

In che termini le due agenzie collaborano per costruire la campagna? Quali sono le fasi che portano alla combinazione delle strategie con il “messaggio” e la parte visiva di quest’ultimo?

Noi per fortuna o sfortuna, non siamo un’agenzia, ma un piccolo studio di tre designer, che lavora quasi artigianalmente sulle immagini. Ciò significa che per noi, a differenza che per le grandi agenzie, il messaggio è l’immagine che lo comunica, sono la stessa cosa.
Proforma in questo ci è venuta incontro, permettendoci di trasferire questo modello semiotico anche nella comunicazione politica.
La sintesi di un’esperienza pluriennale sui testi, coniugata con la semplicità e l’immediatezza di codici linguistici ampiamente condivisi, come lo sono le icone, permettono la comprensione del messaggio ad una fascia di utenti maggiore.

Qual è il valore aggiunto del design nella comunicazione e in particolare nella comunicazione politica?

Riteniamo che i partiti politici italiani abbiano tutti un grande problema di comunicazione.
Si muovono su schemi semantici obsoleti, ignorano i social network, e non hanno la minima cura della propria immagine pubblica.
Mi viene in mente quello che ci disse Vendola quando vide i primi manifesti della Fabbrica di Nichi, quelli cuciti a mano, di stoffa: “mi avete portato fuori dalla terza internazionale” disse.

Il design nella comunicazione politica è una pratica poco diffusa in Italia. Perché?

Da sempre in Italia le Agenzie Pubblicitarie hanno imposto una sorta di “orientamento” al mercato, basato sulla quantità al posto della qualità.
A nostro parere, purtroppo, non serve studiare cinque anni per progettare la maggior parte delle campagne politiche in circolazione (probabilmente per noncuranza di chi le commissiona, o per scarsa educazione alla “buona comunicazione” oltre che alla “buona politica”).
Bisogna dare credito, valorizzare la cultura e i giovani che approfondiscono lo studio della comunicazione.
Non possiamo credere che Obama sia un caso, il mondo si trasforma e bisogna capire come poter essere uomini del proprio tempo, bisogna sentire lo spirito del tempo.

Dalle vostre esperienze, quanta responsabilità ha il politico nella scelta di ricorrere al design per la sua campagna? In poche parole, l’utilizzo del design nella comunicazione politica è direttamente proporzionale al grado di innovatività del candidato e del suo staff?

Vendola non è un politico come gli altri, e lo sta dimostrando.
La Puglia è un posto migliore, per questo c’è tanta mobilitazione.
Il fiorire della cultura, delle capacità progettuali diffuse, senza dubbio facilita il cammino di chi promuove la qualità. Nel nostro caso l’invito a partecipare a questo progetto è arrivato in seguito alla visibilità che avevamo avuto curando la comunicazione di un importante festival di teatro internazionale. Come diceva Munari, da cosa nasce cosa, ma per iniziare questa spirale, c’è bisogno di una grande volontà di innovazione.

Cosa avviene invece all’estero?

Il modello Obama, i social network, la semplificazione, e lo studio delle gerarchie delle informazioni sono solo alcuni degli spunti da cui abbiamo attinto.
Spesso non bisogna guardare a cosa fanno gli altri, basta fermarsi a riflettere su come andrebbero fatte le cose, se fossimo alla prima volta.

Quali sono le vostre attese e le vostre previsioni?

Non facciamo previsioni, non siamo astrologi, posso solo dire che noi la nostra battaglia la stiamo giocando al meglio delle nostre possibilità, stiamo cercando di cambiare il modo di fare la comunicazione politica in Italia.

(Intervista a cura di Marina Ripoli)

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Tra semiotica e poesia: i manifesti di Nichi


I manifesti politici rischiano ormai di essere banali e poco coinvolgenti. Non è il caso dei manifesti del candidato alle elezioni regionali pugliesi, che considerata la forza del brand image Nichi Vendola, avrebbe potuto evitare un ulteriore sforzo comunicativo per questa sfida elettorale. Infatti, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, quanto più forte è il “prodotto”, e quindi la sua notorietà, tanto maggiore deve essere lo sforzo pubblicitario per mantenere il posizionamento e costruire nuovo valore. Non è semplice creare ogni volta, ad ogni campagna, l’ennesima “variazione sul tema”, cioè una nuova occorrenza del brand Vendola. L’attuale campagna risulta molto interessante perché mette in gioco una curiosa dicotomia tra un livello di lettura apparentemente immediato e un livello testuale più complesso.

Icone: Ciò che si percepisce subito è la parte iconica del manifesto. “Diversamente” dai tradizionali manifesti, non ci sono foto, né ritratti del candidato, ma semplicissime icone in alto a sinistra e sullo sfondo in trasparenza. Le icone (dal greco eikón “immagine”), secondo la terminologia semiotica, sono segni motivati analogicamente/intenzionali, ossia basati sulla similarità di forma o struttura e sulla riproduzione delle proprietà dell’oggetto designato. Le icone dei manifesti, però, diventano un interpretante simbolico degli ambiti d’intervento dell’Amministrazione Vendola negli ultimi 5 anni (sole=energia; lampadina=giovani talenti).

Abbiamo già detto che le icone sono poste in alto a sinistra nello spazio del manifesto. Ciò significa che secondo la legge della percezione l’osservatore vede prima l’icona e, successivamente, completa la lettura del messaggio spostando lo sguardo verso destra e verso il basso. Ciò implica che la funzione simbolica svolta dalle icone viene chiarita attraverso la headline poetica e completata con il body copy informativo (es. -20% perdite). I tre elementi raggiungono la loro sintesi nel nome Vendola e nello slogan “La poesia è nei fatti”. Il percorso percettivo si conclude con la messa a fuoco dello sfondo a tinta unita tappezzato dalle iconcine progettate per la campagna. I colori sono freschi, solari, le forme arrotondate, dolci.

Poesia: Il noto modello della comunicazione di Jakobson illustra la funzione poetica come la valorizzazione delle risorse linguistiche utilizzate per potenziare il significato di un messaggio. In altri termini anche uno slogan pubblicitario svolge una funzione “poetica”, se per questo intendiamo l’atto di attribuire un valore connotativo ad un discorso puramente funzionale. E qui la connotazione la fa da padrone: i versi ottonari delle filastrocche, le rime baciate e/o alternate, assonanze e consonanze, serio e faceto.

Un messaggio articolato dunque, eppure dall’impatto semplice e immediato. “Vendola in questi 5 anni si è occupato della Puglia, ne ha avuto cura, ci ha messo il cuore e ha risposto alle istanze della regione con i Fatti…altro che poeta!?!”… L’elettore non percepisce in maniera invasiva questi manifesti, li accoglie con un sorriso e allo stesso tempo incamera le informazioni necessarie per prepararsi al voto.

Complimenti agli ideatori della campagna, che con astuzia hanno saputo giocare sul candidate concept e soprattutto su ciò che si dice contro il candidato. Trasformare le minacce in opportunità è l’asso nella manica di una strategia vincente.

Con i suoi manifesti
Nichi evita i pretesti
Con la poesia e la ragione
Nichi torna alla Regione.

Marina Ripoli

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Niki Vendola (Puglia-centrosx)

Non c’è che dire Niki Vendola e il suo staff sono davvero molto bravi. I motivi, come vedremo sono molti, ma il più importante penso sia la logica che caratterizza la sua campagna elettorale: informare e ribadire il lavoro che in questi cinque anni di governo lui e la sua maggioranza sono riusciti a fare; in più, anche questa volta, come accaduto già per le scorse elezioni regionali, la campagna elettorale che hanno “costruito” penso sia davvero molto molto efficace. Si cerca nuovamente di usare, in positivo, una critica che gli avversari di Vendola gli fanno: essere un parolaio, incantatore. E quando vogliono esagerare, poeta, come se fosse un insulto. E allora, per questa campagna, hanno scelto provocatoriamente proprio la poesia. E hanno coniato gli slogan in forma di mini filastrocche composte da due ottonari in rima baciata. Ognuna di esse racconta un fatto importante della giunta Vendola. Ma accanto alla filastrocca, ben evidenziato, c’è sempre un dato concreto, che completa e perfeziona l’informazione.

La comunicazione si chiude con il nome Vendola, e la frase: La poesia è nei fatti.Insieme ai testi, appariranno su tutti gli strumenti di comunicazione, una serie di icone progettate appositamente per questa campagna. Ognuna di esse simboleggia un ambito d’intervento della giunta. Sono sicuramente manifesti con uno stile leggero, ma dal significato pesante. Allegra e seria allo stesso tempo, che possono capire bambini e anziani, intellettuali e operai. Perché le parole (e le poesie) anche e soprattutto quelle di un governatore, sono tanto più belle quanto più sono vere.

Questa è sicuramente una campagna diversa da quelle classiche: come possiamo notare infatti non appaiono simboli di partito, né i colori cercano di richiamarli; come dicevo è ben visibile il nome di “Vendola”. Ottimo è anche il sito internet (http://www.nichivendola.it) semplice, ma allo stesso tempo completo, infatti ci sono molte informazioni e si nota l’abilità nell’uso dei nuovi canali d’informazione (you tube, facebook)…tutto condito, evidentemente dalle abilità linguistiche di Niki Vendola. L’unica cosa che si può fare in questi casi è fare sinceri complimenti a tutti coloro che hanno e stanno lavorando per questa “opera d’arte”. Complimenti sinceri.


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