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Ti lascio, poi ti prendo, poi ti lascio…

Chi ieri (28 luglio 2010) si aspettava la fine ufficiale dell’“amore” tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sarà rimasto sicuramente deluso. In serata infatti Fini ha dichiarato di non avere nessuna intenzione di lasciare quel partito che ha contribuito a fondare.
Ovviamente tutti si sono scatenati a cercare di capire le motivazioni di questo dietrofront e il perché più verosimile sembra quello che Fini abbia davvero capito che i numeri non ci sono.
Detto questo, però, sicuramente la situazione all’interno del Pdl è ancora molto confusionaria ed è difficile infatti pensare che i “finiani” rimangano ancora nel Popolo della Libertà. E allora che succederà? Il premier sembra davvero intenzionato a “cacciare” dal partito i “finiani”. A questo punto questi ultimi potrebbero costituire un loro gruppo sia alla Camera sia al Senato, ma con pochissime probabilità che possa davvero contare a livello numerico, perché in politica si sa contano solo i numeri!
Ma allora è davvero convenuto a Fini tirare così tanto la corda? Davvero il Presidente della Camera pensava di prendere il posto di Berlusconi, così da guidare il centro-destra alle prossime elezioni?
Quello che ormai sembra sicuro è che il Pdl sia molto compatto a favore di Berlusconi e quindi deciso più che mai a “far fuori” Gianfranco Fini.
A questo punto, ciò che sarà interessante è capire se l’ex leader di An riuscirà a far meglio di Follini, Casini, quelli cioè che già in passato si sono opposti a Berlusconi con risultati, però, oggettivamente scarsi.

                                                           

Ma in tutto questo, il Paese ci guadagnerà qualcosa? Sul futuro non si sa, ma per ora purtroppo i problemi che già erano presenti (disoccupazione e crisi economica su tutto) si sono solo aggravati; e, cosa ancora più preoccupante, è che non si vedono grandi soluzioni all’orizzonte!

In definitiva, quindi, nulla di nuovo:

  • Silvio Berlusconi si conferma leader del centro-destra;
  • il centro-sinistra continua a tormentarsi con la sua confusione interna;
  • e… il Paese è fermo da circa sedici anni!!

Non concordo con chi generalizzando chiama “casta” la politica… ma nemmeno con chi fa poco per farsi apprezzare!

Luca Checola

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Strategia “Ghe pensi mi”

Quanti grattacapi per il premier: Brancher, Cosentino, la manovra economica, la protesta delle Regioni, il nodo delle intercettazioni, i rapporti istituzionali con il Quirinale, i rapporti con Fini, con la Lega, la gestione del PDL, l’avanzata di un fantomatico Terzo Polo. Beh… “Meno male che Silvio c’è!”.

Ed infatti, prima che tutto potesse sfuggirgli di mano, il Presidente del Consiglio decide di intervenire!

Niente di nuovo sotto il sole, insomma… L’impeto di superomismo del Cavaliere è in linea con la sua immagine e con le sue strategie elettorali. Berlusconi, d’altronde, non è mai stato un esempio di leadership partecipativa[1], non ama delegare… Lui fa tutto da solo e il “Ghe pensi mi” del premier, come la campagna acquisti presso la squadra dei finiani[2], ne sono solo una dimostrazione. 

Questo suo intervento così imponente, in moltissimi ambiti della politica di Governo e della politica interna al PDL, implica però un indebolimento della credibilità della sua squadra, già debilitata dalle numerose inchieste giudiziarie.

Quando infatti un leader scende in campo in prima persona, invadendo ogni ambito… Viene intaccata la credibilità dei suoi collaboratori. Ciò, probabilmente, passa in secondo piano, rispetto agli interessi in campo e all’emergenza dei problemi da risolvere. Tra questi ultimi, il più grave è il continuo conflitto interno al partito del Popolo della Libertà. I rapporti con Fini, oramai, sono alle strette. Anche Letta non è riuscito a ricucire.

Lo scenario che si profila è sempre più teso e difficile. Nel frattempo Berlusconi si appresta ad azzerare ogni tipo di corrente e fondazione all’interno della formazione politica. Ne concede la sopravvivenza solo per lo svolgimento di iniziative culturali.

Di personalismi, in pratica, non ne vuol sentir parlare… basta il suo! 

Nello scorso articolo apparso in anteprima su Spinning News il 9 luglio, tenendo conto dello scollamento interno al PDL, avevo osservato che il premier avrebbe dovuto concentrarsi sul rafforzamento dell’alleanza con la Lega (in bilico fino all’attuazione del tanto agognato federalismo) e sull’opportunità di disinnescare l’eventuale formazione del Terzo Polo.

Berlusconi, infatti, non perde tempo e mette a segno un altro step della strategia del “Ghe pensi mi”, così nel corso di un party romano invita Casini ad entrare nel Governo… peccato che la Lega non sia per niente d’accordo! 

Marina Ripoli


[1] K. Lewin e R. Likert.

[2] Dei tentativi di Berlusconi di fare campagna acquisti presso la corrente finiana avrebbe parlato lo stesso presidente della camera, raccontando che il premier “li chiama uno ad uno, persino quelli che l’hanno visto solo in fotografia, e gli dice: io e te dobbiamo parlare, vienimi a trovare”.

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Evasioni…

«L’evasione fiscale è macelleria sociale!», ha tuonato il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, nelle sue Considerazioni Finali all’assemblea ordinaria dei partecipanti di via Nazionale. In un discorso costellato da parole come Crisi, Collasso, Catastrofe, Criminalità, Relazioni corruttive, Draghi si getta sul tema dell’evasione con un linguaggio simil sindacale che è piaciuto anche a Cisl e Cgil. Il Governatore definisce il suo linguaggio rozzo ma efficace, e critica gli evasori/macellai, senza i quali avremmo il rapporto debito-Pil tra i più bassi d´Europa.

Di evasione si continua a parlare a Ballarò, dove 4 milioni e 115 mila spettatori hanno assistito ad un blitz in diretta del Cavaliere, chiamato in causa dal vicedirettore di «Repubblica» Massimo Giannini che lo accusava di aver sempre giustificato e incentivato l’evasione fiscale. Il premier nella sua telefonata afferma: «È una menzogna che io abbia fornito qualunque forma di giustificazione morale ai fenomeni di evasione fiscale». E poi: «Non ho mai evaso le tasse, né io né le mie aziende».

Anche nel 2000 si parlava di evasione fiscale e Berlusconi, allora leader dell’opposizione, dichiarava: «Non ne può più neanche il mio dentista, che paga il 63% di tasse. Ma oltre il 50% è già una rapina… Non volete che non ci si ingegni? E’ legittima difesa…».

Nel 2004, Berlusconi in veste di presidente del Consiglio dichiarava alla stampa: «Le tasse sono giuste se arrivano al 33%, se vanno oltre il 50 allora è morale evaderle» e nel 2008: «Se io lavoro, faccio tanti sacrifici… Se lo Stato poi mi chiede il 33% di quello che ho guadagnato sento che è una richiesta corretta in cambio dei servizi che lo Stato mi dà. Ma se mi chiede il 50% sento che è una richiesta scorretta e mi sento moralmente autorizzato ad evadere, per quanto posso, questa richiesta dello Stato…».

Insomma di evasione non c’è solo quella fiscale da macelleria. Si evade con le parole, si evade dalle repliche (la telefonata del Premier si conclude subito dopo le sue affermazioni), si evade dai propri cavalli di battaglia elettorali, si evade dal passato, si evade e basta…

Marina Ripoli

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Genesi e struttura del Popolo della Libertà

Il Popolo della Libertà nasce ufficialmente con il Congresso costitutivo del 27 marzo 2009[1] attraverso la fusione di: Forza Italia (compresi Circoli della Libertà, Circoli del Buongoverno, Decidere!) e Alleanza Nazionale in primis, più Nuovo Psi, Popolari liberali, Azione sociale, Destra libertaria, Cristiano popolari, Riformatori liberali e Italiani nel Mondo. Aderiscono successivamente: Per la Liguria e Movimento per l’Italia. Ne sono fondatori e/o sostenitori, ma mantengono la loro autonomia: Democrazia Cristiana per le Autonomie, Partito Pensionati e Partito Repubblicano Italiano.

Si tratta di un numero notevole di partiti e movimenti che si uniscono grazie alla ‘visione’, o meglio grazie alla ‘lucida follia’ di un leader[2] che il 18 novembre 2007, nell’exploit della rivoluzione del predellino, annuncia la formazione del nuovo partito e lo realizza nel corso di due anni.

Lo Statuto approvato il 29 marzo 2009 è cucito sulla forte personalità del suo fondatore. Descrive infatti una struttura gerarchica e verticale, incentrata sulla figura del Presidente, il quale viene eletto dal Congresso anche per alzata di mano (art.15 dello Statuto), e dispone di pieni poteri[3]. Il leader, oltre alla definizione delle linee politiche e programmatiche, guida l’Ufficio di presidenza – vera e propria cabina di regia del Pdl – e convoca la Direzione e il Consiglio nazionale.

Dell’Ufficio di presidenza fanno parte i capigruppo e i vicecapigruppo di Camera e Senato, un europarlamentare e 23 membri eletti dal congresso su proposta del presidente, il quale all’interno di questo gruppo individua i tre coordinatori nazionali, ad oggi Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini. A loro è affidata l’organizzazione nazionale e periferica, oltre all’attività della struttura centrale e di quelle territoriali. Spetta ai tre coordinatori dare attuazione alle deliberazioni del presidente del partito e dell’Ufficio di presidenza ai quali sottopongono anche le nomine degli organi dirigenti e le candidature. Tra gli altri compiti, sono previsti “in via esclusiva” il potere di presentare liste e candidature a livello nazionale e locale.

La Direzione nazionale è composta da 120 membri eletti dal congresso e ne fanno parte, di diritto, coloro che siedono nell’Ufficio di presidenza. Tra i membri della Direzione e del Consiglio sono poi nominati dal Presidente su proposta del comitato di coordinamento i responsabili di settore (Organizzazione, Enti locali, Settore Elettorale, Adesioni, Pari Opportunità, Internet e nuove tecnologie, Comunicazione, Formazione, Iniziative movimentiste, Italiani nel mondo, Difensori del voto e rappresentanti di lista, Portavoce, Responsabile giovani (scelto autonomamente secondo le modalità regolamentari dell’Organizzazione giovanile di cui all’art. 49). Il Comitato di coordinamento costituisce, inoltre, 14 Consulte che riprendono le aree tematiche delle 14 Commissioni permanenti della Camera dei Deputati.

Per quanto riguarda la struttura di base vengono riconosciute due tipologie di iscritti (elemento di rottura con gli schemi del passato): gli “aderenti”[4], ossia gli aventi solo il diritto di elettorato attivo (possono quindi votare per i delegati congressuali nell’ambito del Comune e della Provincia di residenza, e partecipare alle consultazioni e alle iniziative di democrazia diretta del partito) e gli “associati”, ovvero “i cittadini e le cittadine italiane, anche già aderenti” che, oltre a partecipare a tutte le attività del partito, esercitano anche il diritto di elettorato passivo e possono essere designati o nominati a cariche interne.

Lo Statuto del Pdl non è federale, solo le organizzazioni locali e periferiche rette da un organo elettivo hanno autonomia amministrativa e negoziale[5]. Quindi non vi è nessuna autonomia politica, né statuti regionali.

La leadership carismatica e coagulante del leader Silvio Berlusconi ha permesso, fino ad ora, l’attuazione della fusione tra Fi e An senza ostacoli e senza particolari intoppi. La struttura verticale del partito ha permesso fasi di trasformazione organizzativa più lineari e condivise, niente a che vedere con le forti spinte correntizie e policentriche del Partito Democratico[6].

Restano, però, alcune contraddizioni latenti dal punto di vista delle differenze di cultura politica e organizzativa, a cui si richiamano le due anime costituenti del Pdl, quella forzista e quella di An. È necessario sottolineare che l’organizzazione pidiellina rispecchia quasi totalmente quella verticistica e patrimonialista[7] di Forza Italia. Nel partito berlusconiano, infatti, la maggior parte degli organi collegiali era cooptata dal presidente, il quale era incoronato dall’assemblea e nominava i suoi fedeli in tutti gli organi, anche in quelli locali (i coordinatori regionali non erano eletti, bensì indicati dal presidente). Prevale, quindi, il modello organizzativo forzista su quello di An, che era sì verticale, ma non connotato da una così forte centralità del leader.

Un vero e proprio monopolio che mette fuori gioco l’anima finiana del Pdl, la quale – pur se corrosa dalla fascinazione berlusconiana[8] – si costituisce in corrente di minoranza un anno dopo la costituzione del partito. Una strategia di decentramento del potere che implicherebbe di fatto una metamorfosi organizzativa rispetto al partito – come appare ora – monocefalo e centralizzato.

E se le strategie non sono sostenute dai numeri? E se Fini ha fatto i conti senza l’oste?

I toni forti della Direzione Nazionale del Pdl e le 11 voci fuori dal coro, non lasciano intravedere nessun cambiamento, nessuna evoluzione organizzativa.

Le voci fuori dal coro vengono schiacciate. Le metastasi eliminate.
La fisiologia dell’organismo verticistico ha un buon apparato immunitario, per ora.

Marina Ripoli


[1] I delegati al congresso nazionale Pdl erano 6.000 (1.800 di An, 700 dei partiti più piccoli e 3.500 di FI).

[2] Fini G., Tutto merito della lucida follia di Berlusconi, su «Libero» del 29/3/2009.

[3] Il Presidente nazionale del Popolo della Libertà nomina tre coordinatori e ventotto componenti dell’Ufficio di Presidenza, i Coordinatori regionali e i Vice coordinatori regionali vicari ha l’ultima parola su tutte le candidature a tutti i livelli (art.25).  Le candidature alle elezioni nazionali, europee e a Presidente di Regione sono stabilite dal Presidente nazionale d’intesa con l’Ufficio di Presidenza, e formalizzate dai Coordinatori. Indirettamente, invece, perché nominate dal comitato di coordinamento, sono stabilite le candidature a Presidente di Provincia, a Sindaco di Grande Città o di Comune capoluogo, a Sindaco di Comune, a Presidente di Circoscrizione.

[4] Gli aderenti al Pdl devono sottoscrivere la carta dei valori e aver compiuto almeno 16 anni.

[5] Compravendita di beni immobili, di titoli, costituzione di società; acquisto di partecipazioni in società già esistenti; concessioni di prestiti; contratti di mutuo; rimesse di denaro all’estero; apertura di conti correnti all’estero o in valuta; acquisto di valuta.

[6] Anche nel Popolo della Libertà sono presenti correnti, pur se non riconosciute ufficialmente. Le diverse aree interne si rappresentano infatti attraverso fondazioni, come ad esempio Farefuturo della corrente dei Finiani, o FreeFoundation dei Post-socialisti.

[7] Il leader è anche il proprietario del partito.

[8] I leader ex An come La Russa, Alemanno, Gasparri e Meloni, hanno firmato un documento contro Fini nel quale si conferma lealtà al Pdl e a Silvio Berlusconi.

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L’insofferenza finiana

L’attuale contrapposizione tra Fini e Berlusconi ha origini antiche che affondano le loro radici in un contrasto di tipo valoriale e caratteriale. Dunque, non solo un braccio di ferro per giocarsi una posizione di maggior potere all’interno del Pdl, ma anche un’“antipatia” di fondo, mascherata in questi anni per portare avanti un progetto politico comune.

Fini, in vero, salta sulla diligenza Berlusconi – la cosiddetta carrozza del vincitore – per portare a termine la trasformazione dell’MSI da partito anti-sistema, erede del fascismo, ad An partito di governo: un percorso tutto in salita già intrapreso con il sostegno a Cossiga nel ‘91 e con le strategie elettorali di quegli anni per aumentare notorietà e visibilità dei missini. Non mancarono negli anni successivi strategie di dissenso nei confronti di Berlusconi, ma i risultati negativi di tali scelte lo portarono a stringere sempre di più l’alleanza con Forza Italia, fino a presentarsi alle elezioni politiche del 2008 sotto il simbolo del Pdl.

Il seguace di Almirante e Romualdi ha approfittato di questo percorso per modificare anche la sua immagine (da missino a politico liberaldemocratico e uomo delle istituzioni) e non ha mai trascurato la sua comunicazione affinché ci fosse sempre un distinguo tra la sua figura e quella di Berlusconi. Non si tratta solo di una tattica per mantenere all’interno del Pdl i voti di chi mal sopporta il premier, ma anche di una vera e propria esigenza personale di differenziazione necessaria. A questo è servita anche l’attività di Fare futuro, ma sono state strategiche soprattutto le continue dichiarazioni fuori dal coro pidiellino, fatte approfittando della sua carica istituzionale.

Ne sono un esempio le posizioni più morbide del Presidente della Camera sulla questione degli immigrati o le posizioni sui temi bioetici e sui diritti civili, le frizioni con il Carroccio, l’insofferenza verso un federalismo esclusionista nei confronti del Mezzogiorno, la difesa della Costituzione. Per non parlare della registrazione in cui Fini, conversando ad un convegno con il magistrato Trifuoggi, accusa il premier di confondere la leadership con la monarchia assoluta ed il consenso popolare con l’immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità (dicembre 2009).

E non finisce qui. Nel marzo 2010, come non ricordare l’affondo di Fini sul Pdl: “Avendo io contribuito a fondare il Pdl, ci sono molto affezionato. Noi di An non eravamo alla canna del gas, il partito aveva percentuali a due cifre, ma ci siamo presi la responsabilità di dare vita ad un nuovo soggetto politico perché credevamo nel bipolarismo, nell’alternanza e nell’europeismo. Ma se mi chiedi se il Pdl mi piace così come è adesso, la risposta credo l’abbiano capita tutti, non c’è bisogno di ripeterla”.

Ora il contrasto è sulle riforme costituzionali. Il Presidente della Camera si oppone alla proposta del premier che vuole un semipresidenzialismo senza doppio turno. Come al solito i suoi spunti di discussione sono minimizzati e non diventano oggetto di dibattito all’interno del partito. Di resistere così Gianfranco Fini non ne può più! Il 15 aprile 2010 tutte le dichiarazioni di questi mesi, e di questi anni, prendono corpo in una vera e propria frattura arrivando a minacciare se non una scissione, almeno la creazione di gruppi parlamentari autonomi.

Oggi Fini, non avendo i numeri necessari per uscirne, vuole restare nel Pdl e vorrebbe battersi per creare una democrazia interna al partito, uno spazio di discussione e di negoziazione sulle linee politiche e programmatiche. Si presenta alla Direzione Nazionale del 22 aprile con l’idea di creare una corrente di minoranza. In pratica vorrebbe più spazio nel suo partito e cambiare la natura stessa del Pdl. Gli faremmo subito gli auguri se non vedessimo davanti a lui una strada ardua, costellata dagli ostacoli che il premier gli ha abilmente tessuto intorno, un cammino aspro, da percorrere solo (al massimo in compagnia di 11 “pellegrini”), un avvenire difficile tanto da dubitare anche su una futura coabitazione tra i due leader!

Ma la sconfitta di oggi potrebbe essere una vittoria domani. Il berlusconismo, oggi, ha lasciato la politica alla Lega e si bea tra sondaggi di gradimento e palcoscenici mediatici. Un partito senza un progetto per il Paese – se non solo quello personalistico del suo presidente – non ha futuro; e Fini che ha preso le distanze dal premier oggi, punta in alto domani perché conta su un progetto e pensa al futuro!

Marina Ripoli

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Media politica: dal silenzio dei talk all’abbandono del web

Avevate sentito la mancanza dei nostri talk show politici? Ebbene, dopo le elezioni regionali sono ritornati più forti di prima. Annozero torna con ben 5 milioni 159 mila spettatori (21,88%), Ballarò con il caso Visco-Speciale raccoglie 3 milioni 840 mila spettatori (16,55%).

Le “trasmissioni pollaio”, oramai nuovi arbitri della comunicazione politica, sono state infatti interrotte per ben 4 settimane. Un mese di silenzio per i programmi televisivi di approfondimento legato al varo del regolamento sulla par condicio da parte della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Insomma, niente Porta a Porta, niente Ballarò, niente Annozero, messi in quarantena pur di non correre il rischio di influenzare la campagna elettorale per le Regionali.

Ma la squadra di Santoro si ribella… s’inventa Raiperunanotte e raccoglie dieci milioni di contatti per il sito creato apposta per la manifestazione; più di 3 milioni e mezzo di spettatori medi in tv e ascolti televisivi intorno al 13% con uno spostamento del pubblico di Sky pari al 6%; oltre 300 mila connessioni simultanee sul web ai siti che seguivano l’evento in diretta. Neanche Mentana si arrende al silenzio televisivo e lancia una rubrica sul sito del Corriere, Mentana Condicio. Niente faccia a faccia in Tv? Bene… perché non sul web?

Santoro analizza il significato della sua manifestazione a Bologna e afferma: «Il pubblico esiste e continua a esistere anche quando un programma viene spento. Ieri gli abbonati si sono costituiti in soggetti che vogliono scegliere cosa vedere». Soggetti elettori lontani dalle sezioni, dai circoli di partito, che leggono poco i giornali e desiderano informarsi attraverso i media. D’altronde, già nel lontano 1901, Gabriel Tarde parlava della trasformazione delle folle – intese come soggetti politici – in pubblici[1]. Il sociologo e filosofo francese affermava ciò osservando le trasformazioni verificatesi con l’avvento dei mezzi di comunicazione.  Anticipava, quindi, molti dei saggi e degli studi sulla comunicazione mediata e, quindi, sulla comunicazione politica degli anni successivi.

La scelta di porre un veto sull’informazione libera televisiva durante queste ultime elezioni, ha palesato ancor di più l’importanza che hanno i media oggi, la loro centralità nell’arena politica come sede di svolgimento di molti fatti della vita pubblica e internazionale, come percorso privilegiato per ottenere visibilità pubblica e notorietà; ma anche come fonte di definizione e di diffusione dei significati della realtà sociale e quindi come strumento di influenza e di innovazione nella società. Ciò di cui non si è tenuto conto è che anche il web e i new media in generale rivestono un ruolo centrale crescente nella comunicazione politica. Tale funzione è stata poi ulteriormente potenziata con il regolamento sulla par condicio di queste elezioni, creando difatti uno spazio non regolamentato… libero, ma che lascia fuori dall’informazione i target meno avvezzi all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Così, piazze televisive, piazze sul web… sono in effetti i nuovi luoghi della politica; le percentuali di ascolti, di contatti, i linguaggi dei social network e dei blog… sono le nuove frontiere della comunicazione politica. Anche Berlusconi, che ha sempre presidiato il regno televisivo, sbarca su Facebook riconoscendone di fatto forza e potenzialità.

Certamente in Italia siamo lontani dal dibattito digitale del Regno Unito, Democracy UK on Facebook. La maggior parte dei politici italiani utilizzano i social network come mezzo di propaganda e lo dimostra il tasso di abbandono registrato su Facebook e Twitter. Molti politici, infatti, hanno finto un interesse per questi nuovi mezzi di comunicazione, accostandosi ad essi con approcci top-down, ovvero utilizzandoli solo per informare i propri “followers” e non per relazionarsi con loro, per ottenere dei feedback utili alla definizione delle proprie politiche. Il web e i social network sono strumenti orizzontali e non espressione di una visione gerarchica, dove i cittadini/utenti assistono passivi ai twitts propagandistici dei politici di riferimento. Lo ha capito Vendola, ma anche Enrico Rossi con le pagine d’ascolto Le fabbriche di Nichi” e “la Toscana che voglio”[2]… non lo ha capito per niente Cota che ha lasciato – senza alcuna moderazione – la sua pagina facebook in preda a orde di commenti scaturiti dalla sua dichiarazione sulla pillola abortiva… ma gli esempi negativi sono numerosi. Sono pochi, invece, gli esempi di chi ha continuato ad avere un rapporto con i sostenitori del web. È il caso di Vincenzo De Luca che, dopo la sconfitta, dimostra – con la comunicazione –di voler continuare il suo impegno anche dopo le elezioni. Pubblica foto, messaggi ad hoc per ogni provincia, chiede aiuto al popolo del web per continuare ad accrescere la rete che li unisce e per avere maggior sostegno nelle battaglie che li attenderanno.  

Naturalmente non è il politico che scrive direttamente sul suo “wall”. A gestire web e social network ci dovrebbero essere persone incaricate che si occupano della comunicazione e della moderazione seguendo linee guida ben congeniate. Ci dovrebbero essere staff e strategie di comunicazione adeguate ex ante, in itinere ed ex post. Tutto questo è ancora raro e al silenzio dei talk show televisivi durante le elezioni si è aggiunto quello dei politici sul web dopo il voto.

Marina Ripoli


[1] Gabriel Tarde enunciava tale teoria nel suo libro L’opinion et la foule (1901).
[2] Per approfondire leggi l’intervista di Spinning News allo spin doctor di Enrico Rossi.

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